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Jim Bowie in posa con il coltello sguainato

Jim Bowie, ritratto di un’icona

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Il coltello “Bowie” è probabilmente il coltello più famoso dell’intera storia degli stati Uniti.

Arrivando addirittura ad incarnare l’epopea leggendaria della rincorsa al West e al suo spirito.

La sua fama e il suo stesso nome è da attribuirsi al suo mitico possessore Jim Bowie, pioniere, soldato e massone, il quale dopo un’ambigua esistenza, morì da eroe il 6 Marzo 1836 nella battaglia di Alamo, evento chiave della rivoluzione Texana.

Il Bowie è un enorme coltellaccio contraddistinto da una lama dalla punta a doppio filo leggermente spanciata, lunga fino a 30 centimetri.

La sua origine si perde tra mito e realtà, tanto che non conosciamo con certezza a quale dei Bowie si debba attribuire la realizzazione di siffatto pugnale, se James (Jim) Bowie o al fratello Rezin Jr., entrambi speculatori e trafficanti di schiavi.

La narrazione più accreditata vuole un giovane Rezin Pleasant Bowie Junior impegnato in una gagliarda caccia al bisonte nel 1827

Dopo uno schioppo l’animale ferito ma non ucciso, si fionda a testa bassa, sopraffacendo il nostro protagonista mentre è a cavallo.

Per Rezin sembra non esserci soluzione; non è possibile ricaricare l’arma in pochi istanti frenetici.

La mano destra scivola precipitosamente sul fianco, dov’è alloggiato un coltellaccio.

E’ un lampo e la lama penetra in profondità nella cervice del gigantesco bisonte, uccidendolo sul colpo.

La forza del colpo, però, fa scivolare le dita di Rezin fin sopra la lama, procurandogli alcune ferite profonde e arrivando quasi ad asportargli il pollice.

Questo racconto è verosimile, perchè trova conferma in molti resoconti dell’epoca.

A questo punto si sostiene che Rezin, forte di quella drammatica esperienza si sia recato da un fabbro molto famoso a quel tempo, un tal Jesse Cliffe, per farsi realizzare un coltello più adatto alla vita della frontiera.

E’ quello il momento in cui un fabbro ed un giovane “inventano” il Bowie come lo conosciamo oggi: una lunghissima e larga (circa 3 cm) lama separata da un manico abbastanza sottile da due guardie metalliche.

Qui entra in scena il fratellino di Rezin, quel Jim che sarebbe divenuto famoso con la battaglia di Alamo, a lui, infatti, viene prestato il sopra menzionato Bowie appena creato.

Jim era un personaggio abbastanza controverso.

Dal carattere lunatico e sempre piuttosto ruvido e spigoloso, ovunque fosse passato aveva lasciato un pessimo ricordo di sé.

Le origini dei tre fratelli Bowie sono controverse.

Su tutte, però, quella di Jim, della quale ne viene rivendicata la nascita da ben tre stati americani.

Di sicuro c’è che la famiglia Bowie visse dopo il 1814 in Louisiana dove i tre fratelli si mantenevano cacciando nelle paludi, una vita alquanto noiosa e non adatta a giovani irrequieti e bramosi di avventura.

Si dedicarono allora alla fiorente tratta degli schiavi e, per buona misura, intrattennero ottimi rapporti persino col pirata Francese Jean Lafitte.

Usarono poi i soldi guadagnati dedicandosi anche al più normale commercio di legname, almeno fino al 1827, quando il giovane Jim decise di imprimere un cambiamento di rotta alla sua vita.

Ebbe uno scontro con un tale che un paio di anni prima lo aveva minacciato.

Questo alterco si svolse durante un duello a cui Jim presenziava come padrino.

La zuffa finì con una sparatoria che procurò ben 2 ferite a Jim, che riuscì a sopravvivere in virtù del suo fisico prestante (era alto oltre 1 metro e 80 centimetri, un vero colosso per quei tempi).

Nonostante queste due ferite alla coscia ed alla spalla, Jim riuscì ad agguantare il Bowie che gli aveva prestato il fratello e ad uccidere uno dei rivali con una stoccata precisa e ben assestata e ferì malamente un altro contendente, arrivando quasi ad amputargli un braccio.

Era l’inizio della leggenda, non di Jim, ma del Bowie!

Da quel momento in poi, Jim lo scapestrato avrebbe utilizzato il coltello per levarsi dai pasticci in ben più che un’occasione.

Il Bowie divenne il suo infaticabile e fedele compagno di vita.

Viene ricordato un altro episodio particolarmente drammatico che rende chiaro che tipo di uso facesse del coltello il giovane Jim.

Si tratta dello scontro con un certo Jack Sturdivan.

Accadde in un saloon di Natchez in cui i due litigarono a lungo prima di accordarsi su un duello all’arma bianca e senza regole in cui i due contendenti avrebbero combattuto con la mano sinistra legata l’uno all’altro.

Dopo una serie di finte e contro-finte andate a vuoto, un colpo di Jim andò a segno su un braccio del rivale.

La forza del colpo e le indubbie qualità della lama lasciarono il povero Sturdivan con un braccio penzoloni, quasi amputato.

La faccenda non finì lì.

Tre amici dello sconfitto si accordarono per farla pagare a Jim Bowie.

Perciò lo intercettarono qualche giorno dopo mentre era a cavallo.

Anche in questo caso, l’abilità di Jim e la maestria nell’uso del Bowie ridussero a mal partito gli avversari.

Uno fu decapitato con un colpo netto, il secondo riuscì a ferire Jim ad una gamba ma ne ebbe in cambio un fendente che lo uccise sul colpo, mentre il terzo ebbe il cranio fracassato da un ultimo colpo.

Le vicende del coltello Bowie ebbero una piccola sosta in concomitanza con il matrimonio di Jim che sposò Maria Ursula Veramandi, figlia del Governatore del Texas.

La calma durò molto poco perchè la povera Maria ed il figlioletto dei due morirono a causa del colera.

Negli anni seguenti Jim si schierò coi Texani che rivendicavano l’indipendenza dal Messico, anche a costo della guerra.

E la guerra arrivò, impersonata dalle truppe messicane guidate dal generalissimo Santa Ana.

Data la disparità di forze in campo si arrivò piuttosto velocemente all’episodio più famoso della guerra tra texani e messicani, Alamo.

Jim Bowie ebbe l’ultima occasione per consegnare alla leggenda il suo famosissimo coltello.

Infatti, nonostante fosse costretto a letto da una brutta polmonite, la sera del 6 marzo 1836, quando ci fu l’attacco finale dei messicani, Jim Bowie si scagliò contro i soldados in furiosi corpo a corpo che lasciarono sul campo – si dice – ben 26 militari.

Verità o leggenda?

Difficile dirlo, ma in ogni caso la leggenda del coltello Bowie era arrivata a definitiva maturazione.

Quanto alle caratteristiche tecniche del coltello, divenute in seguito alquanto variegate, è impossibile risalire a quelle originarie.

Le versioni più accreditate sono due: una attribuita a Rezin ed una a Jim Bowie.

Dalla documentazione in nostro possesso possiamo descrivere il primo prototipo come un coltello da caccia a lama dritta e punta “clip point” con un solo tagliente lungo 230 mm circa e controfilo affilato dello spessore di ben 30 mm.

Nel 1830 Rezin fece realizzare parecchi esemplari di lusso da Searles e Schively, probabilmente i più famosi artigiani coltellinai di Filadelfia. 

Alcuni di essi sono arrivati fino ai nostri giorni e sono caratterizzati da uno stile mediterraneo, ingentilito da incisioni e materiali preziosi.

Il decennio che va’ dal 1830 al 1840 fu quello del boom del coltello Bowie.

Gli artigiani americani ne produssero moltissimi, pur non avendo esattamente idea di come fosse modello originale. 

Per questo il Bowie è la lama più controversa della storia della coltelleria.

In generale possiamo dire che bastava che un coltello fosse mastodontico perchè la gente lo chiamasse “Bowie”.

Il maggior successo del Bowie lo si ebbe nel periodo della Guerra Civile Americana, perché l’esercito confederato si dotò di quel tipo di coltelli.

Ma fu anche la fine delle grandi vendite.

Le armi da fuoco erano ormai mature e soppiantarono rapidamente l’arma bianca, anche nei più remoti avamposti della frontiera.

statua di Jim Bowie presso il museo di San Antonio (texas) “the Alamo” – Artista: Deborah Fellows 

Da un articolo di Sergio Mura

Curiosità

L’interesse del cantautore, polistrumentista e attore britannico Phil Collins, noto sia come solista che come componente dello storico gruppo dei Genesis, per la battaglia di Alamo è pubblico, tanto da aver scritto anche un libro a riguardo “The Alamo and beyond: a collector’s jorney”,

Quello che i più non sanno invece è che ha deciso di donare la propria intera collezione di oggetti antichi allo stato del Texas secondo il quale  “il posto giusto in cui deve stare la mia collezione è quello da cui proviene.”

Phil voleva che i pezzi fossero esposti in un museo commemorativo alloggiato nella vecchia missione teatro della celebre battaglia. 

Tra gli oggetti ci sono: il cinturone di un ufficiale dell’esercito messicano, un vecchio fucile di proprietà di David Crockett, palle di cannone usate durante gli scontri ma soprattutto un coltello del pioniere Jim Bowie . 

Phil ha confessato di aver speso milioni di dollari per collezionare questi pezzi d’antiquariato.

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Stiletto da trincea francese

Stiletto da trincea francese

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Agli albori del XX secolo era ormai chiaro che sarebbe scoppiato un conflitto sul suolo europeo.

L’idea che fosse necessaria “una guerra per porre fine a tutte le guerre” trovava sempre maggior consenso all’interno delle corti, dei parlamenti e dei regimi militari europei e non.

Gli strateghi  dell’epoca immaginavano che tale conflitto sarebbe stato di scala limitata, piuttosto rapido e con un modesto tributo in termini di vite umane.

Si sbagliavano di grosso, ben presto il conflitto assunse le caratteristiche di un logorante massacro di dimensioni mondiali.

La prima guerra mondiale è stata definita non a torto l’ultima delle guerre antiche o la prima delle moderne e gli equipaggiamenti dei soldati lo dimostrano.

Per tutta la durata del conflitto, anche quando la produzione bellica raggiunse il suo apice,  in tutti gli eserciti coesisteranno accanto alle armi d’ordinanza le dotazioni private, alcune di realizzazione artigianale.

In questo senso le armi bianche, ed in particolar modo i pugnali , rivestono un ruolo di primo piano.

Ben presto i soldati si accorsero che le lunghe baionette, le uniche armi bianche di cui erano dotati individualmente, male si adattavano all’uso in combattimento all’interno delle trincee e furono costretti a trovare delle soluzioni di ripiego.

Le alternative alle dotazioni ufficiali erano tra le più varie e la scelta dei militari  dipendeva da vari fattori,  dalla disponibilità economica, dalla cultura di provenienza, dalla maggiore possibilità di approvvigionamento sul campo di questa o quell’arma.

Rimanendo nel campo delle armi da punta e da taglio, si va dalle daghe/pugnali da presentazione per gli ufficiali più facoltosi, ai Nickermesser da caccia di area germanica, ai coltelli tradizionali italiani, fino a delle armi di produzione artigianale che potevano essere realizzate in trincea o nelle botteghe limitrofe al fronte.

Coltello tedesco Nickermesser da caccia
Nickermesser: coltello tedesco da caccia di pregevole fattura

Quando finalmente i comandi si accorsero della carenza, iniziarono a promuovere la realizzazione industriale di pugnali per uso bellico.

Inizio’ quindi una corsa da parte delle potenze belligeranti per dotare i propri soldati, nella maggior numero possibile,  di un’arma da fianco individuale.

Spinti dall’emergenza spesso si ricorse a delle soluzioni discutibili, se non addirittura farsesche, tra le quali ricordiamo la fornitura di coltelli da salumiere da parte dell’esercito francese, coltelli detestati dai soldati, troppo deboli e che in alcuni casi erano perfino sprovvisti di punta.

Ben presto inziarono però a diffondersi anche armi efficaci che trovarono un buon riscontro e che sarebbero rimaste per molti anni un punto di riferimento per le dotazioni dei soldati, ad esempio lo Sturmesser austriaco, le diverse tipologie di Grabendolch tedeschi, il pugnale italiano da ardito, il coltello da trincea americano modello 1917, e le diverse tipologie di pugnali francesi.

Pugnale Grabendolch modello Demag
Grabendolch modello DEMAG
Pugnale francese "Le Vengeur"
Pugnale francese “Le Vengeur

In particolar modo francesi e tedeschi furono tra i più prolifici nella realizzazione industriale di pugnali di varia foggia.

Tuttavia, anche quando la diffusione di tali armi divenne estesa, senza mai essere però  capillare, le dotazioni private realizzate artigianalmente non sparirono del tutto, anzi rimasero presenti per tutta la durata del conflitto.

Il livello qualitativo di tali realizzazioni ovviamente era il più vario, si andava dai rozzi stiletti ottenuti mediante forgiatura, effettuata in trincea, dei chiodi da carpentiere, ai pugnali più ricercati prodotti su commissione.

Quest’ultimo è il caso dell’esempio oggetto dell’articolo.

Lo stiletto qui rappresentato è di produzione artigianale, la lama di forma cruciforme è ricavata da una baionetta del fucile francese Lebel 1886.

Il manico è in un’unica fusione di bronzo, ed è dotata di un paramano dotato di nocche che può fungere anche da tirapugni.

Sono presenti due guardie all’elsa e sul codolo, il codolo stesso ove per brasatura è annegata la lama, realizzato a mo’ di sperone, costituisce un’ulteriore arma da botta.

Una zigrinatura  a losanghe migliora il grip del manico.

La pregevole fattura, il livello di delle finiture, la robustezza e le forme eleganti,  fanno  pensare ad una dotazione, quasi sicuramente francese, concepita per un ufficiale facoltoso, realizzata in una bottega specializzata.

Le linee generali, la forma della lama, della guardia e del codolo ricordano molto il pugnale americano M1917.

Pugnale americano da trincea M1917
Pugnale americano da trincea M1917

Tuttavia da questo si differenzia per la lunghezza della lama che è assai più corta nel pugnale americano.

L’esemplare in questione presenta infatti caratteristiche che ricordano anche le armi per la scherma da sala europea.

Probabilmente l’esemplare in questione è una rivisitazione del pugnale americano in chiave francese.

Dimensioni e peso: lunghezza totale 42 cm, lama 28 cm, peso 500 grammi circa. 

stiletto francese da trincea

Ringraziamo Alberto Benetazzo per l’interessante articolo e le foto.

E tu cosa ne pensi? Hai altre informazioni sullo stiletto francese da trincea o foto da mostrarci?

Commenta qui sotto.

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Legge Giolitti 1908

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LEGGE GIOLITTI sui “ferri taglienti” (Regio Decreto 8 Novembre 1908, n. 685).

Con la sua promulgazione si delineavano le misure e gli accorgimenti nella fabbricazione di coltelli di libero porto in un periodo in cui le leggi in materia erano divenute sempre più restrittive.

Ciò causò un’ulteriore intoppo nella produzione dei ferri taglienti poiché imponeva nuove limitazioni alla lunghezza dei coltelli che si potevano portare liberamente.

Tale legge danneggiò in particolar modo quei centri specializzati come Frosolone e Scarperia la produzione era in massima parte costituita da coltelli pieghevoli, quasi tutti con punta, destinati ad aree geografiche fortemente dedicate all’agricoltura e alla pastorizia in cui portare il coltello in tasca era consuetudine.

Questa legge permetteva però il porto di un coltello senza punta con lama non più lunga di 4 centimetri (in seguito portato a 6 cm) e di una lunghezza massima complessiva di 20 centimetri.

Nacque così la “mozzetta Giolittiana“, a volte chiamate “Permesso dalla Legge” perché ne riportavano tale dicitura impressa sulla lama.

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navaja catalana

La Navaja Catalana

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Non solo gli appassionati del ramo, ma anche diversi amanti della letteratura d’epoca sanno che il coltello a serramanico, protagonista di molti fatti e misfatti nei romanzi di appendice, era conosciuto una volta in tutta Europa come “catalano”.

Non se ne conoscono le ragioni: in Catalogna infatti si utilizza tutt’altro termine: “ganivet”.

Può sembrare un termine esotico, inedito ma non è così, in realtà lo conosciamo già: derivato da una radice germanica, divenne nei paesi anglosassoni “knife”, su cui non vale la pena di precisare alcunché, in quelli francofoni “canif”, che si riferisce però solo a coltelli a serramanico di piccole dimensioni, e infine in Catalogna come ormai sappiamo “ganivet”.

La prima apparizione scritta del termine potrebbe essere quella della regole Templari del XII secolo, che prescrivevano ad ogni adepto un equipaggiamento in cui erano compresi un largo pugnale a doppio taglio, un canivet per tagliare il pane ed un coltellino per gli usi quotidiani.

Ma un verbale di confisca del 1307 (in occasione dello scioglimento dell’ordine) compilato a Aix riporta che “le loro armi consistevano in una spada “encis” e un coltello catalano”.

E qui vediamo che anche l’altro termine ha origini remote anche se non chiare nemmeno qui.

Concludiamo col ricordare che nello Statuto dei coltellinai di Cagliari del 1643 essi erano definiti ganiveter.

Ma non siamo ancora pronti per parlare dei coltelli catalani.

Dobbiamo parlare prima delle Catalogne: sono due. 

Quella più conosciuta occupa la parte orientale della Spagna, l’altra una striscia a sud ovest del territorio francese e se non ne avete mai sentito parlare è perché non se ne parla: lo stato francese infatti non incoraggia i separatismi e le minoranze etniche o linguistiche, questo territorio di conseguenza si chiama ufficialmente “Roussillon” e solo pochi irriducibili lo chiamano Catalogna del Nord.

La coltelleria delle due Catalogne presenta delle affinità ma anche delle differenze.

Catalunya

Molte antiche e rinomate fabbriche di armi sono nate in Catalogna (a Ripoll, Solsona, Olot,  Barcellona…).

Si producevano sia la navaja campesina, di uso quotidiano e aspetto rustico, tipologia sopravvissuta ancora oggi nella solsonesa o pallares, sia la navaja de muestra (da esposizione) non dissimile da quelle dei centri produttivi della Mancha e dell’Andalucia, anzi forse là prodotte, sia esemplari dal profilo angoloso e massiccio che si distinguono nettamente dal resto della produzione iberica ma mostrano evidenti affinità con i prodotti del Roussillon. 

Fa eccezione Toll (Barcellona) che ha prodotto fino ad alcuni decenni fa esemplari dalla linea elegante ma differente quasi in ogni esemplare, con ottime lame, buone rifiniture.

Attualmente la ditta produce solamente attrezzi per la lavorazione del cuoio, ma ha fondato il Museo della Coltelleria di Solsona.

Roussillon

La produzione della Catalogna del nord inizia probabilmente nella seconda metà dell’800, a giudicare dalle caratteristiche dei loro manufatti: a struttura ferrata, con grandi lame a foglia (probabilmente commissionate ad altri centri, non avendo le caratteristiche di una forgiatura e lavorazione artigianale), con eleganti decorazioni in ottone e rame sul manico, importanti decori sulle lame, che recano spesso il punzone dell’artigiano.

Venivano prodotti sia esemplari di dimensioni modeste per l’uso quotidiano, sia esemplari che superavano abbondantemente i 50 cm e in alcuni casi si avvicinavano ai 100.

I ganivet del Roussillon sono estremamente apprezzati dai collezionisti ma molto rari.

Ha estesamente trattato la materia Claude Bidaut nel suo libro Histoire du couteau (nord) catalan traditionnel, Terra Nostra, 2006.

Rimane da dire che la fama del ganivet del Roussillon ha indotto altri centri produttivi, oltre a fornire dei manufatti semilavorati, a elaborarne delle loro versioni.

Pallares moderna
Pallares moderna

 

Navaja de muestra con caratteristiche della produzione di Albacete
Navaja de muestra con caratteristiche della produzione di Albacete, ma leggenda ATRAS QUE SOI CATALA, datata sullo sblocco della molla 1888
Ganivet catalano con caratteristiche apparentabili con la produzione del Roussillon
Ganivet catalano con caratteristiche apparentabili con la produzione del Roussillon
Altro ganivet che potrebbe far pensare al Roussillon, ma la scritta sulla lama è in spagnolo, con inflessioni catalane
Altro ganivet che potrebbe far pensare al Roussillon, ma la scritta sulla lama è in spagnolo, con inflessioni catalane
altro esemplare di navaja
Sul tallone Toll, Barcelona
Ganivet del Roussillon, marcato SALES
Ganivet del Roussillon, marcato SALES
Particolare della lavorazione della molla
Particolare della lavorazione della molla
Altro esemplare, marcato B
Altro esemplare, marcato B
navaja aperta di 61 cm; privo di punzone
Lunghezza aperto; 61 cm; privo di punzone
Esemplare, prodotto forse a Chatellerault, che riprende alcune caratteristiche del Roussillon
Esemplare, prodotto forse a Chatellerault, che riprende alcune caratteristiche del Roussillon

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UN COLPO MANCINO – una storia sui coltelli

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Una volta scrissi questo racconto sui coltelli e lo mandai al concorso LAMA E TRAMA a Maniago.

Si parla di un coltello a scatto costruito per i mancini, coloro che usano la mano sinistra.

Chissà se esiste.

Chissà se da un’invenzione narrativa non si possa creare un qualcosa di reale.

Ci sono delle storie che nascono come racconti fantastici o inventati, ma che sembrano così veritiere da farle apparire quasi reali.

D’altronde a volte è difficile distinguere tra realtà e pura fantasia.

Quella che vi racconto è una storia che, proprio per i fatti storici da cui trae ispirazione, seppure non autentica è certamente verosimile.

Siamo nel 1908 a Frosolone, un piccolo paese dell’alto Molise.

In quell’anno, in aggiunta alle già rovinose leggi sulla produzione e sul porto d’armi, fortemente limitative, fu emanata dal governo Giolitti un’ulteriore normativa che proibiva sia la fabbricazione dei coltelli “a punta”, sia la vendita di quelli con lama di lunghezza superiore a quattro centimetri: ebbe così inizio un periodo di crisi per l’intero artigianato delle forbici e dei coltelli molisano.

A Campobasso, città capoluogo, scomparve quasi del tutto l’arte dell’acciaio traforato: rimasero solo pochi ostinati e caparbi artigiani.

E conseguenze ben più gravi si ebbero a Frosolone, la cui economia molto dipendeva dall’attività di lavorazione dei ferri taglienti e che vedeva in quel periodo in attività circa 500 piccole botteghe dove lavoravano centinaia di addetti, tra piccoli artigiani e aiutanti, assicurando di che vivere a buona parte dei circa seimila abitanti del borgo.

Fu così che un’intera categoria di lavoratori, del tutto sprovvista di capitali propri, venne a trovarsi alla mercé di alcuni speculatori, i quali, settimana per settimana e di bottega in bottega, acquistavano direttamente la produzione per poi rivenderla, con ben lauti guadagni, ai commercianti delle grandi città.

La consapevolezza di questa traffico, determinò nel piccolo comune altomolisano un periodo di tensioni contrattuali tra gli intermediari commerciali da una parte, e la categoria degli artigiani, dall’altra;

contrasti finalizzati a mitigare l’esoso sfruttamento operato dai primi a danno dei secondi.

E tali rivendicazioni furono così aspre da mettere i mediatori nelle condizioni di rivedere la loro strategia commerciale.

Infatti costoro, vedendosi sfuggire di mano il mercato ed il lucroso commercio, avviarono rapporti commerciali diretti con fabbricanti di coltelli tedeschi, ai quali consegnarono i modelli della produzione frosolonese, nota ed apprezzata, per farli replicare e quindi smerciarli ai loro clienti.

Le fabbriche tedesche, dal canto loro, non si lasciarono sfuggire l’occasione: furono in grado, grazie alle loro attrezzature più moderne, di produrre coltelli di ugual foggia a costi decisamente inferiori.

Ciò, ovviamente, ebbe ripercussioni funeste sulla produzione frosolonese, i cui artigiani si trovarono di fronte al doppio problema dello smercio, venuto meno per le mutate rotte commerciali, e del prezzo dei loro manufatti, eccessivo rispetto alla produzione germanica.

Fu vera crisi: i più furono costretti a cambiare mestiere e, date le generali, depresse condizioni economiche, si assisté a un nuovo tristissimo flusso migratorio.

La speranza di una vita migliore costrinse la maggioranza degli artigiani ad abbandonare la propria terra, per trapiantarsi chi oltralpe chi addirittura oltre oceano, ambasciatori però di un’arte finissima e ancora poco conosciuta nelle lontane Americhe.

Cosimo nel 1907 decise di trasferirsi con la propria famiglia in Germania, dove trovò subito lavoro in una fabbrica della Renania che produceva rasoi, lame da tavola, coltelli, lime, ecc… a Remscheid, una città di 100.000 abitanti a pochi chilometri da Solingen.

Peppino, il suo primogenito, che all’epoca aveva 12 anni, divenne l’aiutante dell’operaio addetto alla tempera delle lime, iniziando così a respirare giovanissimo non solo i vapori acri ed irritanti della lavorazione ma, più in generale, l’atmosfera della grande fabbrica dove, tra presse enormi, fucine, taglieri, mole e macchinari diversi, evidente era la contrapposizione tra la grande solidarietà che legava gli operai e la scarsa considerazione che padroni e dirigenti avevano della loro stessa manovalanza.

Ai suoi occhi, poi, appariva evidente il contrasto tra quell’ambiente di lavoro enorme e sofisticato e la piccola e scura bottega del padre dove ancora bambino si aggirava curioso tra i pochi strumenti e la scarsa attrezzatura, già di suo nonno coltellinaio, tanto logora ed annerita quanto efficiente ed efficace nelle mani esperte e capaci di suo padre.

Peppino, nonostante la giovane età, non sfuggiva come il padre e come tantissimi suoi compagni alle vessazioni del proprietario, dei suoi dirigenti e, per emulazione, del figlio di questi, un suo coetaneo di nome Erich.

Gli italiani erano i “makkaroni”, ovvero gente abituata a lavorare poco e male, poco avvezzi alla disciplina della fabbrica, a cui pertanto si potevano affidare solo i lavori più pesanti e pericolosi.

Coloro che dopo tanti anni si erano guadagnati un minimo di fiducia della dirigenza, accedendo per questo a mansioni più elevate, erano comunque controllati minuziosamente nel loro lavoro.

I coltelli da loro costruiti e rifiniti venivano esaminati dallo stesso proprietario che li sottoponeva pezzo per pezzo ad un meticoloso controllo: a distanza ravvicinata, quasi a sfiorare il mento, il suo sguardo attento ne valutava l’assemblaggio, la lucentezza; poi, se richiudibili, ne apprezzava il meccanismo e la calibrata resistenza alla loro apertura.

Se questi era poco soddisfatto, l’operaio era chiamato a rispondere personalmente dei difetti riscontrati.

Il minimo che potesse accadergli era un penoso declassamento a mansioni inferiori.

Cosimo fu messo a lavorare vicino a un forno elettrico in cui faceva ricuocere le lime e, all’occorrenza, prestava aiuto nelle mansioni più faticose.

Ma non ebbe mai a lamentarsi del carico di lavoro eccessivo, quanto invece delle precarie condizioni in cui si era costretti a lavorare.

E Peppino non pianse il giorno che Cosimo perse la vita folgorato da una scarica elettrica scaturita da un filo scoperto di un macchinario.

Non pianse perché si sentì all’improvviso drammaticamente adulto, sentì sprofondarsi sotto il peso delle sue nuove responsabilità e volle reagire, reprimendo le emozioni, da uomo adulto.

Non pianse ma raccolse una ad una tutte le lacrime versate da sua madre e dai suoi fratelli, facendole proprie e da quel momento iniziò a nutrire un profondo e muto rancore.

Molte volte aveva visto suo padre maltrattato e deriso, a volte schiaffeggiato, solo perché denunciava le precarie condizioni di sicurezza ed i pericoli cui erano esposti tutti i lavoratori nella fabbrica.

Quanto più era inascoltato, tanto più la sua protesta si faceva sonora e vibrante.

A suo figlio trasmise la stessa passione sindacale e, suo malgrado, un destino non certo migliore.

Cosimo aveva circa 28 anni quando la sua mano destra rimase sotto una pressa appositamente manomessa la sera precedente.

Si concludeva così il suo duello a distanza con Erich.

Un contrasto fondato sull’astio reciproco sbocciato con la morte del padre, accresciutosi nelle continue lotte sindacali con la proprietà ed alimentato per anni dalla prepotenza di Erich all’interno della fabbrica.

L’epilogo di quella rivalità fu il licenziamento per giusta causa di Peppino.

Il figlio del padrone aveva vinto: un invalido non poteva essere utile all’economia della fabbrica.

Peppino riprese allora umiliato e offeso la via dell’Italia, chiedendo al destino solamente di poter un giorno restituire il torto subito.

Si sistemò nella sua vecchia casa a Frosolone e cercò lentamente di ricostruirsi una vita.

All’inizio riuscì a riaprire la piccola bottega e iniziò a costruire, con l’unica mano che gli era rimasta, tanti bei temperini cui dava la forma di piccoli animali: pesci, uccelli, cani, gatti, ecc.

Qualche anno dopo prese moglie e avviò un discreto commercio di quei temperini con i convittori del locale Liceo-Ginnasio, di cui nel frattempo era diventato bidello.

Partecipò finanche a mostre nazionali alle quali inviava dei pezzi unici che in più di un’occasione gli valsero attestati di benemerenza e la qualifica di Maestro artigiano.

Del giovane Peppino, della sua storia di emigrazione, di lavoro precoce e di adolescenza negata, del dolore immenso ma volutamente represso per il lutto subito, non c’era più traccia apparente, neanche nei tratti del viso, coperti ora da una folta barba e comunque trasformati dal tempo.

Restava solo il moncherino a ricordargli ostinatamente, ogni nuovo giorno, quasi generando un reale dolore, la ferita che portava dentro: il suo desiderio di vendetta inappagato.

La II Guerra Mondiale fu un evento vissuto con una relativa tranquillità dall’intero paese, come fatto di per sé drammatico, ma distante.

Nel 1943 però le cose cambiarono; furono per primi i tedeschi, in ritirata dal sud Italia, incalzati dagli Alleati e in procinto di schierarsi a difesa della linea Gustav, a portare fisicamente la guerra tra le strade e i vicoli del paese.

Verso fine agosto, provenienti dalla costa adriatica, una colonna di soldati e automezzi tedeschi entrò nel paese.

L’atteggiamento delle truppe tedesche fu dapprima amichevole e conciliante; ma dopo l’8 settembre i rapporti divennero tesi e problematici.

Durante la loro sosta ci furono episodi di piccolo sabotaggio nei loro confronti a cui fecero seguito le relative rappresaglie.

Dominava insomma un clima di tensione e di paura.

Era la sera del 13 settembre del ’43 quando anche nella piccola bottega di Peppino entrò un drappello di soldati tedeschi i quali, senza curarsi di lui, iniziarono a mettere tutto sotto sopra: in quelle particolari officine razziavano quanto ritenevano essere di pregio ed interesse.

L’ufficiale al comando, che fino ad allora era rimasto sull’uscio – la zona più buia della bottega – si avvicinò verso la luce della fioca lampada che illuminava la macchina in funzione.

Ancora avvolto nella penombra, prelevò dalla tabacchiera di lucente e fine metallo una presa di tabacco che fiutò avidamente.

Aggiustandosi il suo monocolo d’oro, intimò a Peppino, dopo una breve pausa che sembrò non avere mai fine, e durante la quale il suo sguardo restò come incantato sulle mani dell’artigiano, di fermare la rumorosa mola in movimento.

Peppino, che fino ad allora era restato seduto nell’atto di arrotare un grosso coltello a scatto, ultima delle sue creazioni, spense la mola e, alzata la lampada, si levò in piedi.

Fu solo allora che riconobbe nell’ufficiale tedesco il suo coetaneo e vecchio datore di lavoro, Erich di Remscheid.

Il tedesco appariva ancora giovane, i suoi tratti erano lievemente appesantiti dal tempo e soltanto i baffetti affilati e il prezioso monocolo indicavano un’età non più giovanile.

Erich non ebbe però lo stesso acume: il tempo trascorso, ma soprattutto la corporatura appesantita, la barba folta e diffusamente incanutita, una fisionomia dimessa nei suoi tratti essenziali che faceva apparire l’uomo più vecchio di quanto non fosse, ingannarono l’ufficiale tedesco.

In verità Erich ebbe un solo brevissimo momento di perplessità: quando il suo sguardo colse fugacemente il braccio destro, monco della mano, del suo interlocutore; ma fu una situazione che il suo senno intransigente ricacciò indietro, classificandola rigidamente come circostanza improbabile.

Di operai monchi, concluse in un attimo, il mondo ne era pieno.

La morbosa curiosità del tedesco per l’oggetto metallico soffocò repentinamente ogni altra sua riflessione; prese in mano il coltello, ancora rozzamente rifinito ma già delineato nella sua precisa struttura, e chiese in un italiano stentato che gli si spiegasse il funzionamento.

Peppino allora, senza scomporsi e non tradendo emozioni, illustrò per lo più a gesti e nel dialetto locale la funzione di quel piccolo pulsante che premuto lasciò scattare una lama di una trentina di centimetri.

La lama vibrò con precisione e violenza, disegnando con la punta nell’aria un semicerchio diretto dal basso verso l’alto dell’impugnatura.

L’ufficiale sorpreso, fece un passo indietro, ma subito si ricompose intimando all’artigiano di finirlo perché sarebbe tornato a prenderlo il giorno dopo, prima di evacuare il paese come da ordini ricevuti.

Era quella un’occasione che Peppino valutò irripetibile: velocemente rievocò i soprusi e le umiliazioni che aveva subito; la macchina che aveva fulminato il povero padre; i volti in lacrime dei suoi familiari; e la sua mano, dilaniata sotto la pressa mal funzionante…

Rimase tutta la notte in bottega intento a congegnare ed assemblare il coltello.

Doveva costruirlo in una maniera decisamente insolita, quel coltello, sovvertendone le usuali logiche di funzionamento ma nello stesso tempo dargli un aspetto verosimile.

Non poteva permettersi di sbagliare; anche il minimo particolare poteva insospettire il tedesco che di coltelli comunque aveva una certa dimestichezza.

Ma quel coltello a scatto era una creazione inedita ed originale ed ecco perché l’ufficiale tedesco ne era rimasto particolarmente colpito.

Dai discorsi carpiti da Peppino era chiaro che il tedesco voleva portare con sé quell’esemplare per brevettarlo e produrlo in serie nella sua fabbrica.

Ancora una volta le fabbriche tedesche avrebbero potuto trarre profitto replicando un manufatto non loro, acquisirne addirittura il brevetto e smerciarlo impunemente.

Ma il coltello in questione era stato pensato, studiato e inventato da un artigiano frosolonese che era fortemente determinato ad evitare questo ulteriore sopruso.

A ciò si aggiungeva un piccolo dettaglio non trascurabile: il coltello sarebbe finito nelle mani del suo vecchio nemico…

La vendetta covava come brace mai spenta nella mente di Peppino.

Il giorno dopo il coltello era pronto.

Un coltello a scatto con un’apertura di lama pari a 33 cm.

La molla era tirata al massimo; lo scatto era pressoché perfetto, secco ed istantaneo.

L’accoppiamento e le proporzioni delle singole parti erano impeccabili, le simmetrie precise, la lucentezza del metallo uniforme e tirata a specchio.

Il manico, in particolare, impreziosito con l’impiego di un corno venato di marrone con striature di colore verde, oltre che essere di una bellezza unica, era sagomato parimenti da una parte e dall’altra in modo tale da camuffarne il giusto verso di apertura.

Neanche un occhio espertissimo avrebbe potuto immaginare la dinamica di funzionamento e l’intimo meccanismo che quel manufatto d’acciaio nascondeva.

Puntualmente, all’ora concordata, il tedesco si presentò nell’angusta bottega dell’artigiano accompagnato da una piccola scorta.

Peppino gli aveva confezionato il coltello in una piccola scatola di legno e vi aveva inserito un foglietto piegato con sopra una frase scritta in tedesco.

L’ufficiale sedette sulla piccola sedia, prese emozionato la scatola, l’aprì e senza leggere il biglietto prese il coltello tra le mani, girandosi istintivamente verso il chiarore che proveniva dall’ingresso.

Fu tanta la foga e la voglia di esaminarlo, di apprezzarne la pregevole fattura, il prezioso rivestimento, il preciso assemblaggio che, con un rituale collaudato ed usuale, lo posizionò controluce a mezz’aria, all’altezza del viso, a una decina di centimetri di distanza.

Premette quindi, impaziente, il piccolo pulsante che liberava la lama dal gioco del manico e… avvenne l’irreparabile.

Con uno scatto secco, violento e fulmineo la lama uscì dal manico ma, invece di scattare in avanti, descrivendo nell’aria quella traiettoria che tutti si aspettavano, uscì schizzando all’indietro, tagliente e sottile come un rasoio, silenziosa come bisturi che fende l’aria, quasi a cercare con cinica freddezza l’impatto con le carni morbide di colui che l’aveva affrancata dal blocco, e lacerando così in un istante, con i suoi residui venticinque centimetri di affilatissimo acciaio, la gola dell’ufficiale.

Quel tedesco, con la giugulare ormai irrimediabilmente recisa, con negli occhi la supplica di un aiuto e la stupita consapevolezza di una fine ormai prossima, farfugliando qualcosa si teneva la gola come se una mano estranea, una mano destra, svincolata dal corpo cui apparteneva e del tutto invisibile, lo avesse afferrato e lo stesse soffocando.

In quello stesso frangente iniziò un violento bombardamento da parte dell’esercito alleato che si apprestava così ad occupare il centro abitato.

Il resto del drappello tedesco, dopo pochi attimi di esitazione sul da farsi, corse fuori precipitosamente, sparpagliandosi disordinatamente per i vicoli del paese.

Nella bottega, Peppino seduto sul suo sgabello fece correre lo sguardo sul corpo di quell’ufficiale ormai esanime, riverso nel suo stesso sangue; guardò il suo moncherino che gli parve ora non essere più che una vecchia cicatrice indolore; con lacrime lente che scendevano da occhi ormai liberi di esprimere un remoto dolore e un’agognata liberazione, prese dalla custodia il foglietto sul quale, come per offrire l’ultima opportunità al rivale, aveva scritto: “Vorsicht! Dieses messer mit der linken hand benutzen” (Attenzione! Azionare questo coltello con la mano sinistra) e lo ripose con gesto calmo nel taschino della divisa dell’ufficiale.

Peppino, forse senza volerlo, aveva costruito il primo coltello a scatto destinato ai mancini… a cui, piccolo ma importante particolare, intenzionalmente si era premunito di fare il doppio filo alla lama.

Ringraziamo Silvio Prezioso per aver condiviso questa splendida storia.

Se hai apprezzato questo racconto, non esitare a commentare e a condividerlo.

Nella lista che segue ti proponiamo altri articoli dedicati ai coltelli regionali italiani

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Frosolone e il Museo dei Ferri Taglienti

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Di recente è stato ristrutturato il “Museo dei Ferri Taglienti” dove sono conservati centinaia di oggetti di valore storico recuperati tra gli appassionati e tra gli eredi dei lavoratori delle forbici e dei coltelli di Frosolone del secolo scorso.

Situato nel cuore del centro storico di Frosolone, il Museo Dei Ferri Taglienti è quasi al termine di via Garibaldi, conserva centinaia di oggetti di valore storico recuperati tra gli appassionati e tra gli eredi dei migliori lavoratori delle forbici e dei coltelli di Frosolone del secolo scorso.

Sono mostrati pezzi anche di altra origine, come le numerose lame da taglio militari, già consegnate da varie Soprintendenze per i Beni Artistici (delle Marche, del Lazio).

Inoltre sono stati recuperati e sistemati in apposite bacheche, i prodotti realizzati in tutte le manifestazioni degli anni recenti riguardanti la forgiatura.

Difatti in queste occasioni gli artigiani lavoravano all’aperto, in una delle più caratteristiche piazze del paese, pezzi particolari e forgiati a mano.

Parte del Museo è la bottega artigiana dove i visitatori possono assistere alla forgiatura, l’antica tecnica di lavorazione delle lame, eseguita da maestri artigiani di Frosolone.

Frosolone viveva e vive con la lavorazione delle forbici e dei coltelli anche se la tipologia della produzione si è andata modificando nel tempo.

Questi oggetti hanno sempre invaso il mercato nazionale, anche se con maggiore intensità le regioni del Sud.

Attualmente si stanno dirigendo con buoni risultati anche all’estero dove sono apprezzati per la precisione, il taglio e la tradizione.

Una zona rimasta inesplorata dopo l’avvento massiccio della macchina e dell’automazione, anche in questo tipo di lavorazioni, è quella che predilige il prodotto lavorato completamente a mano e quindi anche forgiato.

Si tratta di clienti appassionati che, anche se in numero molto ridotto rispetto alla massa che usa forbici e coltelli per le funzioni giornaliere, è comunque disposto a pagare un prezzo molto alto e sicuramente remunerativo delle ore di lavoro necessarie all’artigiano.

Per ragioni economiche non è stata intrapresa questa strada in maniera massiccia dall’artigianato locale che viveva praticamente alla giornata e non poteva permettersi di coltivare ed aspettare i successivi frutti di un tale tipo di mercato nazionale ed internazionale.

Esistono attualmente coltelli, prodotti in altre parti d’Italia ed all’estero, dal costo di migliaia di euro che vengono anche mostrati in apposite riviste (si cita una di esse per tutte: “Lame d’autore” che ogni anno allestisce anche un proprio stand alla mostra nazionale che si svolge nel centro storico di Frosolone in agosto).

E’ la dimostrazione che questo mercato particolare può offrire ampi spazi di sviluppo all’artigianato tipico nostrano.

Nulla però è ancora del tutto perduto non solo perché è vivo l’interesse per la forgiatura in paese, ma anche perché molti artigiani sono fortemente legati a tale tipo di lavorazione ed ogni tanto tentano ancora di produrre dei pezzi speciali e fantasiosi.

Il museo dei ferri taglienti

Indirizzo: Via Selva, 86095 Frosolone IS

Giorni e orario apertura: visite su appunamento; 

Telefono: 0874890435
Fax: 0874890544
Email: comunedifrosolone@tiscali.it
Sito web: Comune di Frosolone



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Un guerriero indiano con un tomahawk

Il Tomahawk, l’accetta da battaglia dei Nativi Americani. 

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Il Tomahawk è l’ascia da battaglia, ovvero un’ascia appositamente realizzata per un utilizzo bellico e non lavorativo, dei Nativi americani.

In realtà il termine è improprio, essendo il tomahawk, un’accetta.

L’ascia è uno strumento per la lavorazione del legno con la lama perpendicolare al manico.

Essendo tipico dei carpentieri  da qui ne deriva il nome di “maestro d’ascia” con cui questi abili artigiani erano conosciuti nell’ambito delle costruzioni navali ed edili

L’accetta al contrario ha come la scure la lama parallela al manico. 

La parola deriva dal francese “hachette”, diminutivo di “hache” (scure). 

Di conseguenza l’accetta non è altro che la versione compatta della scure, dalla quale si differenzia per l’utilizzo con una sola mano. 

Il termine, Tomahawk, è l’esatta traslitterazione in inglese del termine utilizzato dagli Algonchini della Virginia da cui i bianchi ne sentirono parlare per la prima volta.

Il nome, che deriva dai termini tamahak, tamahakan o otomahuk (“abbattere”), è l’esatta traslitterazione in inglese del termine utilizzato dagli Algonchini della Virginia.

Gli Algonchini rappresentano un ‘insieme di tribù di nativi americani incontrati  in Canada dai Francesi al tempo dei primi insediamenti e sono ancora oggi, seppur collocati in alcune riserve dell’Ontario e del Québec, i più numerosi.

Un guerriero Pawnee con la sua scure
Un guerriero Pawnee con la sua scure

Prima della colonizzazione la testa del Tomahawk veniva realizzata con un semplice pezzo di pietra lavorata adeguatamente.

Successivamente all’arrivo degli Europei e con il conseguente avvio di relazioni commerciali e  scambi di conoscenze, iniziarono ad essere utilizzati esclusivamente ferro o ottone dopo averli convinti della bontà del prodotto e della sua evidente maggiore efficacia.

I nativi americani pre-contatto mancavano della tecnologia per la forgiatura a caldo del metallo, quindi i tomahawk non erano dotati di teste di ascia in metallo fino a quando non venivano ottenuti dal commercio con gli europei. 

Classico Tomahawk con la testa di pietra
Classico Tomahawk con la testa di pietra

I pellerossa ci misero poco a capire la convenienza delle teste metalliche. In confronto a quelle di pietra erano molto più resistenti e affilate. Il manufatto finale inoltre risultava più leggero e bilanciato.

Le teste però erano già preparate dagli artigiani Europei o dai coloni e si basavano su accette in uso sulle imbarcazioni della Royal Navy (la marina militare Britannica). 

La forma di questa ascia utilizzata in Gran Bretagna risale alle invasioni dei Vichinghi.

Nei territori di colonizzazione Francese invece, le teste metalliche assunsero forme simili alle asce usate in Francia e denominate Francisca o Francisque .

In verità, il tomahawk fu utilizzato per moltissimo tempo anche dai coloni bianchi Europei per il fatto che aveva diversi pregi, tra i quali il prestarsi ottimamente ad essere lanciato.

Tutt’oggi il lancio del Tomahawk viene praticato in America del Nord durante le rievocazioni storiche del periodo espansionistico degli Imperi Europei.

Un guerriero con un tomahawk con testa metallica e ornata
Un guerriero con un tomahawk con testa metallica e ornata

Il manico era solitamente di una lunghezza inferiore ai 60 cm e veniva realizzato con lengo di Carya.

E’ un legname duro, di colore bruno-giallastro. La sua resina è densa e appiccicosa. 

Oggigiorno è di difficile reperibilità. La sua quasi scomparsa è dovuta al disboscamento indiscriminato degli ultimi anni.

Il peso della testa poteva variare tra i 250 e i 550 grammi. 

La lama non era più lunga di 10 centimetri e alla sua estremità opposta poteva esserci un piccolo martello o una punta.

Nel National Museum Of The American Indian di N.Y. e negli altri musei dedicati all’arte indigena ne vengono conservati moltissimi esemplari. Per la maggior parte con testa metallica e nelle foggie descritte.

Per i tomahawk in pietra veniva utilizzata la steatite meglio conosciuta come pietra saponaria. Alcuni di questi utilizzati per i rituali erano scolpiti.

La steatite è diffusa quasi dappertutto e venne utilizzata per le sue peculiarità quali la facilità di modellarla con strumenti relativamente semplici, quella di pulirla e levigarla oltre che alla sua durabilità  da ogni popolo per scopi differenti. Opere in steatite sono state rinvenute nelle tombe dei faraoni, negli igloo del nord, nei templi e palazzi della Cina e dell’India e in quasi ogni angolo del globo.

Esemplare di tomahawk-pipa con lama metallica e ornamenti tribali
Esemplare di tomahawk-pipa con lama metallica e ornamenti tribali

Gli europei produssero esemplari indifferentemente in pietra che in metallo con il manico cavo e una pipa integrata nella testa bella quale venivano comunemente bruciate per essere fumate salvia e graminacee, oltre al tabacco.

una descrizione di questo tipo di tomahawk si trova nel Romanzo di Herman Melville, Moby Dick. Si tratta dell’arma del buon selvaggio Queequeng.

Questi avevano un alto valore simbolico essendo integrato nel medesimo manufatto sia “l’ascia di guerra” quanto al suo opposto una sorta di “Calumet della pace”. Il quale veniva usato per celebrare importanti riti e in particolar modo trattati di pace e alleanze.

Le accette venivano poi ornate con le più conosciute e usuali forme artistiche delle differenti tribù di appartenenza.

Un tomahawk e alcuni dettagli
Un tomahawk e alcuni dettagli

Come abbiamo già esposto precedentemente il tomahawk era per lo più uno strumento atto ad offendere.

Poteva essere lanciato con discreta precisione da una buona distanza e inoltre era silenzioso oltre che estremamente risolutivo.

Vi era però anche un uso non bellico. Essendo usato per il taglio del legname o per la sagomatura dei lunghi pali utilizzate per i tipì (in inglese teepee o tepee), le tende utilizzate dagli Indiani delle grandi pianure Nordamericane.

Campo della tribù Arapaho. Da notare l’uomo col pettorale vicino al tepee con in mano il tomahawk-pipa.
Campo della tribù Arapaho. Da notare l’uomo col pettorale vicino al tepee con in mano il tomahawk-pipa.

Con la stessa forma e dimensioni del tomahawk, gli Indiani realizzavano anche le terribili mazze da guerra, in cima alle quali fissavano pezzi di pietra o corna di cervo fissate con strisce di cuoio grezzo. Il manico era sempre in legno.

Una mazza da guerra
Una mazza da guerra

Alla fine del 18 ° secolo, l’esercito britannico produsse tomahawk come arma e strumento, per le loro truppe coloniali durante la Guerra d’indipendenza americana (1775–1783). 

L’esercito Statunitense ha iniziato a dotare i propri militi con una versione moderna del Tomahawks sviluppata dall’ex US Marine Peter LaGana, a partire dalla guerra del Vietnam.

Il suo utilizzo era principalmente per sfondare porte ma anche come arma per scontri ravvicinati.

Vietnam tomahawk
Vietnam tomahawk

Oggi questi moderni tomahawk hanno guadagnato popolarità essendo stati rimessi in commercio dalla American Tomahawk Company all’inizio del 2001 e grazie a una collaborazione con il produttore di coltelli personalizzati Ernest Emerson di Emerson Knives, Inc. 

Naturalmente sono state apportate delle soluzioni adeguate ai tempi, il più importante dei quali è il manico in materiale sintetico

Un identico “tomahawk vietnamita” con manico in legno è prodotto oggi dalla Cold Steel.

Sei interessato ai coltelli ed alle lame militari?

A questo link trovi tutti gli articoli dedicati al tema.

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Ecco a te una lista con cui approfondire l’argomento.

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Locandina evento "Coltelli ai castelli" 9 10 maggio 2020

Coltelli ai castelli 9/10 Maggio 2020

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Coltelli ai Castelli

Mostra Nazionale del coltello artigianale 

Frascati 9/10 Maggio 2020  

L’indirizzo dell’evento è : Viale Regina Margherita 23 – Frascati (Roma)

Sabato 9 e Domenica 10 Maggio si terrà a Frascati presso la splendida cornice delle Mura dette “del Valadier”, la prima edizione della Mostra Nazionale del coltello artigianale.

Le mura sono dette del Valadier, non perché lo storico architetto le abbia realmente realizzate, quanto per il fatto che il progetto, in alcune sue parti, sia da attribuire a lui.

Il progetto definitivo e la costruzione, avvenuta nel 1889, sono, invece, da attribuirsi al frascatano ing. Achille Giammarioli.

Il restauro del 2015 ha restituito alla cittadinanza un vero e proprio tesoro storico e architettonico con nove grandi sale voltate e strutture di servizio che attualmente sono utilizzate per ospitare eventi, manifestazioni e anche iniziative come questa.

L’evento è organizzato da Paolo Dolcimascolo, al quale ci si può rivolgere per qualsiasi informazione contattandolo al numero 3474512168.

Dallo staff PassioneLame un sentito ringraziamento va a Paolo per l’alto livello qualitativo della manifestazione, e un incoraggiamento a continuare ciò che da anni profonde per la divulgazione e la conoscenza del coltello, nostra comune passione, in tutti i suoi aspetti storici, artigianali, professionali ed economici.


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Scopri di più nella nostra sezione eventi, dove terremo nota di tutti gli eventi dell’anno

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Esemplare di navaja di saragozza

La navaja di Zaragoza

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Sulla navaja di Zaragoza nemmeno gli esperti spegnoli hanno preso posizione, a causa della confusione derivata dalle numerose e diffusissime imitazioni prodotte in Francia, che riportano talvolta punzoni di fantasia come appunto il ben noto VALERO JUN ZARAGOZA ma anche di altri centri produttivi come HAUDEVILLE EN ALBACETTE o NAVAJAS DE TOLEDO.

Martinez del Peral in Navajas antiguas (2003) presta fede ai punzoni ma si rende conto della indiscutibile parentela di prodotti con punzoni diversi, sia francesi che “spagnoli” e afferma salomonicamente a p. 149: «Varias conclusiones se pueden sacar de ello: que el experto obtenga aquella que le parezca màs oportuna»

Coltello marcato VALERO JUN ZARAGOZA
Coltello marcato VALERO JUN ZARAGOZA; 42cm, struttura ferrata, guancette in madreperla e spaziatori in ottone

Sembra ormai assodato, anche in base al ritrovamento di illustrazioni di queste tipologie nei cataloghi di Thiers, che nessuna di esse sia stata di produzione spagnola.

Che del resto solo in epoca relativamente tarda ha iniziato a punzonare i propri prodotti.

Rimane da risolvere un quesito: la produzione francese, industriale e quindi prodotta e venduta a prezzi concorrenziali che hanno spesso costretto alla chiusura i concorrenti spagnoli, nasce dal nulla o si è ispirata a una produzione spagnola originale?

E’ probabile che inizialmente i francesi si siano concentrati sulla produzione di Zaragoza in quanto più adatta alla produzione seriale, e abbiano in seguito “diversificato” la produzione non tanto introducendo nuovi modelli quanto marcando con nuovi punzoni, per incrementarne le vendite nelle aree dove quei centri produttivi erano maggiormante conosciuti.

Vari indizi portano a pensare che si siano ispirati a una produzione locale precedente, che poteva avere una certa fama; abbiamo già citato il passo di Theophile Gautier in cui cita nel Capitan Fracassa una “navaja allungata a forma di pesce”, pur attribuendola a Valencia.

Un numero non trascurabile di esemplari di origine finora incerta corrisponde sia a questa descrizione che alla produzione francese.

Che in seguito se ne siano perdute le tracce e la memoria potrebbe spiegarsi con le ragioni addette in precedenza.

Alcuni esemplari hanno struttura completamente metallica: quello qui presentato riporta la data del 1861, periodo in cui  l’industria francese presumibilmente muoveva i primi passi.

Esemplare in ottone di navaja di Saragozza
Un altro esemplare di navaja con la scritta Atras o morir adios
Altro esemplare, in ottone, con la data del 1859 e una scritta sulla lama: ATRAS (indietro) O MORIR. ADIOS.

Va ripetuto che l’origine di questi esemplari non ancora stata accertata, ma la loro provenienza da una matrice comune appare evidente

Altro esemplare in ferro, di considerevole lunghezza, 74cm e molto sottile probabilmente per facilitarne il porto occulto come nella sfarziglia italiana.

La molla è con cierre de ventana e riporta sulla lama una delle consuete sgrammaticate quanto minacciose scritte della produzione spagnola, caratteristica completamente assente nella produzione francese che ha spesso lame con decoro stampato superficialmente ad acido, raramente sopravvissuto al trascorrere del tempo, e scritte generiche che si riferiscono agli avvenimenti più o alle occasioni di vendita più disparata, come VIVA LA REPUBLICA (la repubblica spagnola durò pochi mesi nel 1870 e questo consente di datare l’oggetto) oppure, non si stupisca il lettore VENDETTA CORSA  o VIVA MEXICO.

Questo esemplare riporta un più consueto NO ME PRESTO NI ME DOI SOLO DE MI DUENO SOI.

Navaja con scritta no me presto ni me doi solo

Un esemplare raccolto proprio a Zaragoza, di fattura probabilmente più recente, si avvicina maggiormente alla produzione francese ma presenta alcune caratteristiche esclusive, fra le quali:

  • ‘utilizzo per le guancette di corno taurino
  • la presenza degli espejillos, e dei chiodini in ottone il decoro a lima sul dorso della lama

Alcuni elementi fanno pensare all’assemblaggio di pezzi forniti dai fabbricanti francesi, con rifiniture artigianali più adeguate al gusto locale.


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Leggi anche i nostri articoli dedicati alla Navaja sevillana ed alla Navaja malagueña

Se invece preferissi i coltelli regionali italiani, dai un’occhiata ai nostri articoli sul tema

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Locandina evento Lame e ori 2 febbraio 2020 Abruzzo

LAME E ORI – LABORATORIO GRATUITO 02/02/2020

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Domenica 2 febbraio

ore 17.00

MAN La Civitella

In occasione dell’apertura domenicale gratuita dei musei statali il 2 Febbraio 2020, i curatori della mostra Scene di vita nella tradizione popolare presentano “Lame e Ori”, laboratorio di scambio di abilità professionali tra artigiani locali e ricercatori specializzati che si incontrano con il pubblico in spazi dedicati, per conoscersi e raccontare le loro storie.

Dalle ore 17.00 i visitatori saranno accolti ed accompagnati nel percorso espositivo dai curatori della mostra, Francesco Stoppa e Francesca Falcone.

La giornata sarà arricchita da una conferenza sulle Lame abruzzesi a cura di Lorenzo Pasquini, artigiano e ricercatore nell’ambito della coltelleria tradizionale della nostra terra.

Seguirà una parte più tecnica sulle indagini qualitative e composizionali degli Ori, magnifici Gioielli Borbonici della collezione Francesco Stoppa e Antonio Scasserra, Direttore del Musec-Musei del Costume del Molise.

La mostra “Scene di Vita nella Tradizione Popolare” curata da Lucia Arbace, Francesco Stoppa e Francesca Falcone, narra una suggestiva storia attraverso statuine in terracotta dipinte a freddo, stampe antiche ed abiti della tradizione Abruzzese.

L’esposizione, allestita nella sala polifunzionale del Museo Archeologico Nazionale La Civitella di Chieti, presenta oltre 100 statuine che popolano un grande presepe ambientato sulla costa dei trabocchi.

La mostra è intesa come un laboratorio culturale, un vero e proprio cantiere creativo aperto ed in crescita, dove si coltiva il sapere e si nutre lo spirito.

Protagonisti di questo allestimento sono le mani degli abili artigiani e la loro arte.

Per saperne di più, qui puoi trovare l’evento Facebook di Lame e ori.

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