Coltelli dal mondo

Jim Bowie in posa con il coltello sguainato

Jim Bowie, ritratto di un’icona

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Il coltello “Bowie” è probabilmente il coltello più famoso dell’intera storia degli stati Uniti.

Arrivando addirittura ad incarnare l’epopea leggendaria della rincorsa al West e al suo spirito.

La sua fama e il suo stesso nome è da attribuirsi al suo mitico possessore Jim Bowie, pioniere, soldato e massone, il quale dopo un’ambigua esistenza, morì da eroe il 6 Marzo 1836 nella battaglia di Alamo, evento chiave della rivoluzione Texana.

Il Bowie è un enorme coltellaccio contraddistinto da una lama dalla punta a doppio filo leggermente spanciata, lunga fino a 30 centimetri.

La sua origine si perde tra mito e realtà, tanto che non conosciamo con certezza a quale dei Bowie si debba attribuire la realizzazione di siffatto pugnale, se James (Jim) Bowie o al fratello Rezin Jr., entrambi speculatori e trafficanti di schiavi.

La narrazione più accreditata vuole un giovane Rezin Pleasant Bowie Junior impegnato in una gagliarda caccia al bisonte nel 1827

Dopo uno schioppo l’animale ferito ma non ucciso, si fionda a testa bassa, sopraffacendo il nostro protagonista mentre è a cavallo.

Per Rezin sembra non esserci soluzione; non è possibile ricaricare l’arma in pochi istanti frenetici.

La mano destra scivola precipitosamente sul fianco, dov’è alloggiato un coltellaccio.

E’ un lampo e la lama penetra in profondità nella cervice del gigantesco bisonte, uccidendolo sul colpo.

La forza del colpo, però, fa scivolare le dita di Rezin fin sopra la lama, procurandogli alcune ferite profonde e arrivando quasi ad asportargli il pollice.

Questo racconto è verosimile, perchè trova conferma in molti resoconti dell’epoca.

A questo punto si sostiene che Rezin, forte di quella drammatica esperienza si sia recato da un fabbro molto famoso a quel tempo, un tal Jesse Cliffe, per farsi realizzare un coltello più adatto alla vita della frontiera.

E’ quello il momento in cui un fabbro ed un giovane “inventano” il Bowie come lo conosciamo oggi: una lunghissima e larga (circa 3 cm) lama separata da un manico abbastanza sottile da due guardie metalliche.

Qui entra in scena il fratellino di Rezin, quel Jim che sarebbe divenuto famoso con la battaglia di Alamo, a lui, infatti, viene prestato il sopra menzionato Bowie appena creato.

Jim era un personaggio abbastanza controverso.

Dal carattere lunatico e sempre piuttosto ruvido e spigoloso, ovunque fosse passato aveva lasciato un pessimo ricordo di sé.

Le origini dei tre fratelli Bowie sono controverse.

Su tutte, però, quella di Jim, della quale ne viene rivendicata la nascita da ben tre stati americani.

Di sicuro c’è che la famiglia Bowie visse dopo il 1814 in Louisiana dove i tre fratelli si mantenevano cacciando nelle paludi, una vita alquanto noiosa e non adatta a giovani irrequieti e bramosi di avventura.

Si dedicarono allora alla fiorente tratta degli schiavi e, per buona misura, intrattennero ottimi rapporti persino col pirata Francese Jean Lafitte.

Usarono poi i soldi guadagnati dedicandosi anche al più normale commercio di legname, almeno fino al 1827, quando il giovane Jim decise di imprimere un cambiamento di rotta alla sua vita.

Ebbe uno scontro con un tale che un paio di anni prima lo aveva minacciato.

Questo alterco si svolse durante un duello a cui Jim presenziava come padrino.

La zuffa finì con una sparatoria che procurò ben 2 ferite a Jim, che riuscì a sopravvivere in virtù del suo fisico prestante (era alto oltre 1 metro e 80 centimetri, un vero colosso per quei tempi).

Nonostante queste due ferite alla coscia ed alla spalla, Jim riuscì ad agguantare il Bowie che gli aveva prestato il fratello e ad uccidere uno dei rivali con una stoccata precisa e ben assestata e ferì malamente un altro contendente, arrivando quasi ad amputargli un braccio.

Era l’inizio della leggenda, non di Jim, ma del Bowie!

Da quel momento in poi, Jim lo scapestrato avrebbe utilizzato il coltello per levarsi dai pasticci in ben più che un’occasione.

Il Bowie divenne il suo infaticabile e fedele compagno di vita.

Viene ricordato un altro episodio particolarmente drammatico che rende chiaro che tipo di uso facesse del coltello il giovane Jim.

Si tratta dello scontro con un certo Jack Sturdivan.

Accadde in un saloon di Natchez in cui i due litigarono a lungo prima di accordarsi su un duello all’arma bianca e senza regole in cui i due contendenti avrebbero combattuto con la mano sinistra legata l’uno all’altro.

Dopo una serie di finte e contro-finte andate a vuoto, un colpo di Jim andò a segno su un braccio del rivale.

La forza del colpo e le indubbie qualità della lama lasciarono il povero Sturdivan con un braccio penzoloni, quasi amputato.

La faccenda non finì lì.

Tre amici dello sconfitto si accordarono per farla pagare a Jim Bowie.

Perciò lo intercettarono qualche giorno dopo mentre era a cavallo.

Anche in questo caso, l’abilità di Jim e la maestria nell’uso del Bowie ridussero a mal partito gli avversari.

Uno fu decapitato con un colpo netto, il secondo riuscì a ferire Jim ad una gamba ma ne ebbe in cambio un fendente che lo uccise sul colpo, mentre il terzo ebbe il cranio fracassato da un ultimo colpo.

Le vicende del coltello Bowie ebbero una piccola sosta in concomitanza con il matrimonio di Jim che sposò Maria Ursula Veramandi, figlia del Governatore del Texas.

La calma durò molto poco perchè la povera Maria ed il figlioletto dei due morirono a causa del colera.

Negli anni seguenti Jim si schierò coi Texani che rivendicavano l’indipendenza dal Messico, anche a costo della guerra.

E la guerra arrivò, impersonata dalle truppe messicane guidate dal generalissimo Santa Ana.

Data la disparità di forze in campo si arrivò piuttosto velocemente all’episodio più famoso della guerra tra texani e messicani, Alamo.

Jim Bowie ebbe l’ultima occasione per consegnare alla leggenda il suo famosissimo coltello.

Infatti, nonostante fosse costretto a letto da una brutta polmonite, la sera del 6 marzo 1836, quando ci fu l’attacco finale dei messicani, Jim Bowie si scagliò contro i soldados in furiosi corpo a corpo che lasciarono sul campo – si dice – ben 26 militari.

Verità o leggenda?

Difficile dirlo, ma in ogni caso la leggenda del coltello Bowie era arrivata a definitiva maturazione.

Quanto alle caratteristiche tecniche del coltello, divenute in seguito alquanto variegate, è impossibile risalire a quelle originarie.

Le versioni più accreditate sono due: una attribuita a Rezin ed una a Jim Bowie.

Dalla documentazione in nostro possesso possiamo descrivere il primo prototipo come un coltello da caccia a lama dritta e punta “clip point” con un solo tagliente lungo 230 mm circa e controfilo affilato dello spessore di ben 30 mm.

Nel 1830 Rezin fece realizzare parecchi esemplari di lusso da Searles e Schively, probabilmente i più famosi artigiani coltellinai di Filadelfia. 

Alcuni di essi sono arrivati fino ai nostri giorni e sono caratterizzati da uno stile mediterraneo, ingentilito da incisioni e materiali preziosi.

Il decennio che va’ dal 1830 al 1840 fu quello del boom del coltello Bowie.

Gli artigiani americani ne produssero moltissimi, pur non avendo esattamente idea di come fosse modello originale. 

Per questo il Bowie è la lama più controversa della storia della coltelleria.

In generale possiamo dire che bastava che un coltello fosse mastodontico perchè la gente lo chiamasse “Bowie”.

Il maggior successo del Bowie lo si ebbe nel periodo della Guerra Civile Americana, perché l’esercito confederato si dotò di quel tipo di coltelli.

Ma fu anche la fine delle grandi vendite.

Le armi da fuoco erano ormai mature e soppiantarono rapidamente l’arma bianca, anche nei più remoti avamposti della frontiera.

statua di Jim Bowie presso il museo di San Antonio (texas) “the Alamo” – Artista: Deborah Fellows 

Da un articolo di Sergio Mura

Curiosità

L’interesse del cantautore, polistrumentista e attore britannico Phil Collins, noto sia come solista che come componente dello storico gruppo dei Genesis, per la battaglia di Alamo è pubblico, tanto da aver scritto anche un libro a riguardo “The Alamo and beyond: a collector’s jorney”,

Quello che i più non sanno invece è che ha deciso di donare la propria intera collezione di oggetti antichi allo stato del Texas secondo il quale  “il posto giusto in cui deve stare la mia collezione è quello da cui proviene.”

Phil voleva che i pezzi fossero esposti in un museo commemorativo alloggiato nella vecchia missione teatro della celebre battaglia. 

Tra gli oggetti ci sono: il cinturone di un ufficiale dell’esercito messicano, un vecchio fucile di proprietà di David Crockett, palle di cannone usate durante gli scontri ma soprattutto un coltello del pioniere Jim Bowie . 

Phil ha confessato di aver speso milioni di dollari per collezionare questi pezzi d’antiquariato.

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navaja catalana

La Navaja Catalana

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Non solo gli appassionati del ramo, ma anche diversi amanti della letteratura d’epoca sanno che il coltello a serramanico, protagonista di molti fatti e misfatti nei romanzi di appendice, era conosciuto una volta in tutta Europa come “catalano”.

Non se ne conoscono le ragioni: in Catalogna infatti si utilizza tutt’altro termine: “ganivet”.

Può sembrare un termine esotico, inedito ma non è così, in realtà lo conosciamo già: derivato da una radice germanica, divenne nei paesi anglosassoni “knife”, su cui non vale la pena di precisare alcunché, in quelli francofoni “canif”, che si riferisce però solo a coltelli a serramanico di piccole dimensioni, e infine in Catalogna come ormai sappiamo “ganivet”.

La prima apparizione scritta del termine potrebbe essere quella della regole Templari del XII secolo, che prescrivevano ad ogni adepto un equipaggiamento in cui erano compresi un largo pugnale a doppio taglio, un canivet per tagliare il pane ed un coltellino per gli usi quotidiani.

Ma un verbale di confisca del 1307 (in occasione dello scioglimento dell’ordine) compilato a Aix riporta che “le loro armi consistevano in una spada “encis” e un coltello catalano”.

E qui vediamo che anche l’altro termine ha origini remote anche se non chiare nemmeno qui.

Concludiamo col ricordare che nello Statuto dei coltellinai di Cagliari del 1643 essi erano definiti ganiveter.

Ma non siamo ancora pronti per parlare dei coltelli catalani.

Dobbiamo parlare prima delle Catalogne: sono due. 

Quella più conosciuta occupa la parte orientale della Spagna, l’altra una striscia a sud ovest del territorio francese e se non ne avete mai sentito parlare è perché non se ne parla: lo stato francese infatti non incoraggia i separatismi e le minoranze etniche o linguistiche, questo territorio di conseguenza si chiama ufficialmente “Roussillon” e solo pochi irriducibili lo chiamano Catalogna del Nord.

La coltelleria delle due Catalogne presenta delle affinità ma anche delle differenze.

Catalunya

Molte antiche e rinomate fabbriche di armi sono nate in Catalogna (a Ripoll, Solsona, Olot,  Barcellona…).

Si producevano sia la navaja campesina, di uso quotidiano e aspetto rustico, tipologia sopravvissuta ancora oggi nella solsonesa o pallares, sia la navaja de muestra (da esposizione) non dissimile da quelle dei centri produttivi della Mancha e dell’Andalucia, anzi forse là prodotte, sia esemplari dal profilo angoloso e massiccio che si distinguono nettamente dal resto della produzione iberica ma mostrano evidenti affinità con i prodotti del Roussillon. 

Fa eccezione Toll (Barcellona) che ha prodotto fino ad alcuni decenni fa esemplari dalla linea elegante ma differente quasi in ogni esemplare, con ottime lame, buone rifiniture.

Attualmente la ditta produce solamente attrezzi per la lavorazione del cuoio, ma ha fondato il Museo della Coltelleria di Solsona.

Roussillon

La produzione della Catalogna del nord inizia probabilmente nella seconda metà dell’800, a giudicare dalle caratteristiche dei loro manufatti: a struttura ferrata, con grandi lame a foglia (probabilmente commissionate ad altri centri, non avendo le caratteristiche di una forgiatura e lavorazione artigianale), con eleganti decorazioni in ottone e rame sul manico, importanti decori sulle lame, che recano spesso il punzone dell’artigiano.

Venivano prodotti sia esemplari di dimensioni modeste per l’uso quotidiano, sia esemplari che superavano abbondantemente i 50 cm e in alcuni casi si avvicinavano ai 100.

I ganivet del Roussillon sono estremamente apprezzati dai collezionisti ma molto rari.

Ha estesamente trattato la materia Claude Bidaut nel suo libro Histoire du couteau (nord) catalan traditionnel, Terra Nostra, 2006.

Rimane da dire che la fama del ganivet del Roussillon ha indotto altri centri produttivi, oltre a fornire dei manufatti semilavorati, a elaborarne delle loro versioni.

Pallares moderna
Pallares moderna

 

Navaja de muestra con caratteristiche della produzione di Albacete
Navaja de muestra con caratteristiche della produzione di Albacete, ma leggenda ATRAS QUE SOI CATALA, datata sullo sblocco della molla 1888
Ganivet catalano con caratteristiche apparentabili con la produzione del Roussillon
Ganivet catalano con caratteristiche apparentabili con la produzione del Roussillon
Altro ganivet che potrebbe far pensare al Roussillon, ma la scritta sulla lama è in spagnolo, con inflessioni catalane
Altro ganivet che potrebbe far pensare al Roussillon, ma la scritta sulla lama è in spagnolo, con inflessioni catalane
altro esemplare di navaja
Sul tallone Toll, Barcelona
Ganivet del Roussillon, marcato SALES
Ganivet del Roussillon, marcato SALES
Particolare della lavorazione della molla
Particolare della lavorazione della molla
Altro esemplare, marcato B
Altro esemplare, marcato B
navaja aperta di 61 cm; privo di punzone
Lunghezza aperto; 61 cm; privo di punzone
Esemplare, prodotto forse a Chatellerault, che riprende alcune caratteristiche del Roussillon
Esemplare, prodotto forse a Chatellerault, che riprende alcune caratteristiche del Roussillon

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Vuoi saperne di più sulle diverse tipologie di Navaja spagnole?

Di seguito trovi una lista con gli altri articoli dedicati al tema

La Navaja di Zaragoza

La Navaja di Siviglia

La Navaja malagueña

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Esemplare di navaja di saragozza

La navaja di Zaragoza

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Sulla navaja di Zaragoza nemmeno gli esperti spegnoli hanno preso posizione, a causa della confusione derivata dalle numerose e diffusissime imitazioni prodotte in Francia, che riportano talvolta punzoni di fantasia come appunto il ben noto VALERO JUN ZARAGOZA ma anche di altri centri produttivi come HAUDEVILLE EN ALBACETTE o NAVAJAS DE TOLEDO.

Martinez del Peral in Navajas antiguas (2003) presta fede ai punzoni ma si rende conto della indiscutibile parentela di prodotti con punzoni diversi, sia francesi che “spagnoli” e afferma salomonicamente a p. 149: «Varias conclusiones se pueden sacar de ello: que el experto obtenga aquella que le parezca màs oportuna»

Coltello marcato VALERO JUN ZARAGOZA
Coltello marcato VALERO JUN ZARAGOZA; 42cm, struttura ferrata, guancette in madreperla e spaziatori in ottone

Sembra ormai assodato, anche in base al ritrovamento di illustrazioni di queste tipologie nei cataloghi di Thiers, che nessuna di esse sia stata di produzione spagnola.

Che del resto solo in epoca relativamente tarda ha iniziato a punzonare i propri prodotti.

Rimane da risolvere un quesito: la produzione francese, industriale e quindi prodotta e venduta a prezzi concorrenziali che hanno spesso costretto alla chiusura i concorrenti spagnoli, nasce dal nulla o si è ispirata a una produzione spagnola originale?

E’ probabile che inizialmente i francesi si siano concentrati sulla produzione di Zaragoza in quanto più adatta alla produzione seriale, e abbiano in seguito “diversificato” la produzione non tanto introducendo nuovi modelli quanto marcando con nuovi punzoni, per incrementarne le vendite nelle aree dove quei centri produttivi erano maggiormante conosciuti.

Vari indizi portano a pensare che si siano ispirati a una produzione locale precedente, che poteva avere una certa fama; abbiamo già citato il passo di Theophile Gautier in cui cita nel Capitan Fracassa una “navaja allungata a forma di pesce”, pur attribuendola a Valencia.

Un numero non trascurabile di esemplari di origine finora incerta corrisponde sia a questa descrizione che alla produzione francese.

Che in seguito se ne siano perdute le tracce e la memoria potrebbe spiegarsi con le ragioni addette in precedenza.

Alcuni esemplari hanno struttura completamente metallica: quello qui presentato riporta la data del 1861, periodo in cui  l’industria francese presumibilmente muoveva i primi passi.

Esemplare in ottone di navaja di Saragozza
Un altro esemplare di navaja con la scritta Atras o morir adios
Altro esemplare, in ottone, con la data del 1859 e una scritta sulla lama: ATRAS (indietro) O MORIR. ADIOS.

Va ripetuto che l’origine di questi esemplari non ancora stata accertata, ma la loro provenienza da una matrice comune appare evidente

Altro esemplare in ferro, di considerevole lunghezza, 74cm e molto sottile probabilmente per facilitarne il porto occulto come nella sfarziglia italiana.

La molla è con cierre de ventana e riporta sulla lama una delle consuete sgrammaticate quanto minacciose scritte della produzione spagnola, caratteristica completamente assente nella produzione francese che ha spesso lame con decoro stampato superficialmente ad acido, raramente sopravvissuto al trascorrere del tempo, e scritte generiche che si riferiscono agli avvenimenti più o alle occasioni di vendita più disparata, come VIVA LA REPUBLICA (la repubblica spagnola durò pochi mesi nel 1870 e questo consente di datare l’oggetto) oppure, non si stupisca il lettore VENDETTA CORSA  o VIVA MEXICO.

Questo esemplare riporta un più consueto NO ME PRESTO NI ME DOI SOLO DE MI DUENO SOI.

Navaja con scritta no me presto ni me doi solo

Un esemplare raccolto proprio a Zaragoza, di fattura probabilmente più recente, si avvicina maggiormente alla produzione francese ma presenta alcune caratteristiche esclusive, fra le quali:

  • ‘utilizzo per le guancette di corno taurino
  • la presenza degli espejillos, e dei chiodini in ottone il decoro a lima sul dorso della lama

Alcuni elementi fanno pensare all’assemblaggio di pezzi forniti dai fabbricanti francesi, con rifiniture artigianali più adeguate al gusto locale.


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Leggi anche i nostri articoli dedicati alla Navaja sevillana ed alla Navaja malagueña

Se invece preferissi i coltelli regionali italiani, dai un’occhiata ai nostri articoli sul tema

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7 esemplari di cuervo cileno di diversi formati e dimensioni

Il Cuervo cileno

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Il Cuervo Chileno prima di essere un’arma tradizionale dell’ esercito Cileno, protagonista della Guerra della Confederazione (1836-1839) e della Guerra del Pacifico (1879-1884), è un coltello che ricorre frequentemente nella storia, nella letteratura e nel folclore del Cile.

Tradotto dallo spagnolo, “Cuervo” deriva dall’aggettivo “Corvo” che letteralmente significa “che ha una forma curva, arcuata”.

Le sue origini sono incerte, risalendo addirittura alla colonizzazione spagnola avvenuta nella metà del Cinquecento.

Citato per la prima volta nel poema epico “La Araucana“, (scritto nel 1569 dallo spagnolo A. De Ercilla), probabilmente “il Corvo” arrivò nel Nuovo Mondo al fianco dei Conquistadores spagnoli, che durante la guerra contro i Mori avevano avuto modo di apprezzare le indubbie doti della Jambiya, tradizionale coltello arabo con la lama fortemente ricurva, (ancora oggi accessorio d’abbigliamento maschile yemenita) tanto da produrne una loro versione.

Secondo altre fonti, meno attendibili delle precedenti, il coltello sarebbe stato, invece, concepito dai Mapuche, i nativi cileni che al momento del loro contatto con i Conquistadores ignoravano la tecnica metallurgica, ma di cui si impossessarono immediatamente con successo.

I “Cuervos antichi” di cui esistono varie versioni, pur mantenendo alcune similitudini principali, si differenziano notevolmente da quelli militari.

Ci sono molti riferimenti al suo uso durante il periodo coloniale in duelli e rivolte, motivo per cui durante il governo di Jauregui (1634) fu proibito il trasporto di armi bianche. 

Ci sono anche notizie sul suo uso prima della “Guerra d’indipendenza” (1810), una delle quali, è quella sottolineata da Carlos López Urrutia, nel suo libro “La guerra del Pacifico“. 1879-1884 ”(Ed. Ristre, 2003):

“Il famoso corvo cileno non era un’arma militare, ma veniva solitamente utilizzato da lavoratori agricoli e minatori, in quanto è uno strumento molto utile per lo svolgimento del loro lavoro”

Il primo massiccio uso militare avvenne durante la Guerra contro la Confederazione Perù-Boliviana (1836-1839), dove i cittadini Cileni lo indossavano tra la cintura e il corpo come un coltello di utilità e autodifesa.

Non essendo parte del abbigliamento ufficiale dell’esercito, allo stesso modo fu usato durante “le campagne di terra” della Guerra del Pacifico, conflitto armato in cui il suo uso come arma militare fu saldamente consolidato in gloriose azioni eroiche come Pisagua, Asalto e Toma del Morro de Arica, Chorrillos e Miraflores, diventando una leggenda, e causando terrore e paura nelle truppe avversarie.

Il corvo era indossato in vita, sul lato sinistro e con il bordo rivolto verso il basso, alcune persone lo usavano con un fodero e altri senza. 

soldato che indossa in vita sul lato sinistro della cintura un esemplare di cuervo cileno
Sottotenente José L. Herrera Gandarillas con un coltello corvo alla cintura (Antofagasta, 20 Febbraio 1879).

La sua fabbricazione era un processo interamente artigianale, forgiato da un maestro maniscalco o dal suo stesso utente. 

La lama che terminava curva aveva il codolo ed indifferentemente lo spessore dei due non era più di 5 mm. 

La finitura del manico poteva essere costituita da diversi anelli di differenti dimensioni, posizionati successivamente con materiali che dipendevano dal potere d’acquisto di ogni persona. 

Ecco spiegata la ragione per cui vi siano vari design e forme di questi coltelli.

Non esiste, infatti, un design uniforme, non essendo stata un’arma prodotta in serie.

7 cuervi cileni di diversi formati

A partire dagli anni ’70, la FAMAE (Fabrica y Maestranza del Ejército) attraverso la sua controllata Andes SAM, ha iniziato a produrli in serie. 

Quindi furono raggiunti due modelli ufficiali:

  • Il “Corvo Comando“, con una curvatura di 90. 
  • Il “Corvo Atacameño” (originario dell’Atacama”, regione mineraria del Nord del Cile) con una curvatura di 45 ° adottata dall’intera armata del Cile. 
Corvo comando e corvo Atacameño

In questo modo il “cuervo”, da una storia sempre frammentata, finì per essere l’arma più rappresentativa dell’esercito cileno, simboleggiando anche il Popolo cileno e la sua figura “riottosa” nel corso della storia, dai tempi della conquista spagnola fino ai giorni nostri.

esemplare di corvo cileno a doppio filo con fodero
Corvo a doppio filo fabricato dalla FAMAE per L’Esercito Cileno (fanteria).
moderna interpretazione del corvo della toscana Extrema Ratio
Moderna interpretazione del Corvo da parte della casa Toscana “Extrema Ratio”

Sei interessato ai coltelli internazionali? Ecco a te una lista dei nostri articoli dedicati a questo argomento


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navaja clasica

La Navaja sevillana

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La produzione della “navaja clasica” spagnola si concentra in un numero limitato di centri di produzione, e il numero di differenti tipologie è ben lontano dalla infinita varietà della coltelleria italiana.

Riveste però notevole interesse, sia collezionistico, sia per l’intrinseca eleganza, e in alcuni casi ricchezza del coltello e delle decorazioni.

Innanzitutto va ricordato che il termine navaja derivi dal latino novacula, un piccolo raschietto destinato alla cancellazione (novazione) dei fogli di pergamena per il loro riutilizzo, ma adoperato anche per piccole correzioni.

Al giorno d’oggi con navaja si intende sia il rasoio a mano libera sia il coltello a serramanico.

Il termine cuchillo è riservato, invece, ai coltelli a lama fissa.

Uno dei centri di produzione più importanti è senza alcun dubbio Siviglia.

Vi si producevano sia esemplari destinati all’uso quotidiano, sia oggetti destinati a un pubblico più elevato (navaja aristocratica).

A partire dalla seconda metà dell’800, la Spagna era una delle mete di elezione di viaggiatori, soprattutto inglesi e francesi, e la produzione di “navaja de muestra”, di grandi dimensioni e ricche di decorazioni, fu incrementata e al tempo stesso per venire incontro ai gusti superficiali degli stranieri le lame, a Siviglia e altrove, e vennero “arricchite” di minacciose quanto sgrammaticate scritte e di anno e luogo di produzione.

Caratteristiche che facilitano molto la classificazione ma che vanno talvolta prese con beneficio di inventario, quando le caratteristiche del coltello indicano una località di produzione diversa da quella indicata.

Le caratteristiche della Navaja di Siviglia

La navaja di Siviglia ha manico in corno con testina e puntale di ottone decorati con incisioni geometriche, sblocco della molla agendo su una ventana (finestra) in corrispondenza dei pinoňes (denti di ritegno) che permette di sollevarla; la lama è a foglia, con una pronunciata curva nella parte iniziale e negli esemplari migliori è “forjada y calzada”: una barra di acciaio relativamente tenero viene piegata ad U e vi viene calzata una seconda barra di acciaio duro che costituirà il filo della lama.

Si tenga presente che in spagnolo hoja indica genericamente la lama, anche quando non sia sagomata a foglia.

Navaja clasica

La navaja rustica, o campesina, ha tutte le caratteristiche della sevillana, ma è essenziale, priva di fronzoli e decorazioni; anche in Spagna non è infrequente incontrare esemplari ricavati da una lima in disuso

esemplare di navaja rustica, coltello sevillano

Quando lo richiede il committente anche la navaja di uso quotidiano viene decorata con vari stilemi. Le misure di queste navaja di uso corrente si aggirano normalmente tra i 35 e i 45 cm.

una navaja di uso quotidiano decorata con vari stilemi

In una categoria superiore possiamo classificare altri esemplari, di dimensioni mediamente maggiori e con artistiche quanto purtroppo fragili decorazioni in ottone e rame.

E’ presumibile che il mercato principale di questi esemplari sia quello degli stranieri di passaggio.

Esemplare di navaja con decorazioni in ottone e rame

La navaja de muestra

Quando le dimensioni aumentano ancora, e sembra che un limite non esista, ci troviamo sicuramente di fronte ad una navaja de muestra.

Eseguita come prova di ammissione al gremio (corporazione) dei navajeros, come oggetto di richiamo per la propria bottega, più spesso per essere venduta a facoltosi stranieri.

L’esemplare qui presentato supera il metro di lunghezza, e non è tra i più grandi che si conosca.

navaja de muestra

La lengua de vaca, o capaora

Ha caratteristiche strutturali molto diverse: la lama come dice il nome è larga e corta, le dimensioni contenute normalmente entro i 30 cm o meno ancora.

In questo esemplare è particolarmente evidente la differenza di colorazione tra il dorso (barra di acciaio morbido ripiegata a U) e il filo che vi è stato “calzato”.

la lengua de vaca anche detta capaora

Al contrario della clasica, prodotta oramai solamente come replica da alcuni artigiani, la capaora fa ancora parte della produzione di Siviglia.

E’ però normalmente di piccole dimensioni, gli oggetti da collezione sono più apprezzati quando è possibile portarli con sé per mostrarli.

Anche della capaora si conoscono diversi livelli di esecuzione e di decorazione.

pregiato modello di capaora
altro esemplare di capaora

Deriva dalla capaora una tipologia conosciuta come isabelina in quanto ha incastonate nel manico delle monete da 1 real di Isabel II.

Le decorazioni sono di norma in argento o alpacca, uno scivolo dello stesso materiale agevola il movimento della lama in rotazione sul perno. E’ una tipologia rara quanto ricercata.

L’isabelina è sovente punzonata, cosa rara nella produzione più corrente.

capaora isabelina. Ha decorazioni in argento o alpacca

Ringraziamo nuovamente Paolo Bottoni per l’articolo.

Per saperne di più sulla Navaja, questo è il primo degli articoli scritti da Paolo sull’argomento: La Navaja malagueña


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La navaja

La navaja malagueña

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La navaja malagueña e più rara e di conseguenza molto più ricercata della navaja sevillana, da cui si discosta nettamente per alcune caratteristiche, malgrado l’aspetto generale non cambi di molto. 

Per il manico si adopera di preferenza corno biondo, decorato con inserti longitudinali di ottone sotto cui è applicato un sottile orpello di rame e spaziatori con incisioni a bulino.

La lama è ancora più panciuta rispetto alla sevillana e sono relativamente rare le decorazioni ad acido.

Presenta molto spesso dei brevi sgusci longitudinali su cui a volte rimane ancora visibile la laccatura in rosso apposta all’origine.

Una interpretazione che ha avuto una certa diffusione e ha riscosso consensi è che rappresentino il sesso femminile, ed effettivamente in alcuni esemplari si ha questa impressione, ma rimane difficile da cogliere il nesso con il coltello.

un coltello spagnolo

E’ più verosimile che intendano rappresentare la ferita lasciata dal coltello sulle carni dell’avversario, ma quanto riferito da Teophile Gautier nel capitolo IV del Capitan Fracassa (a proposito tuttavia nella navaja di Valencia) lascia altrettanto dubbiosi:

… s’egli si fosse voltato si sarebbe potuto vedere sulla sua schiena far capolino dai due margini della cintura  una immensa navaia di Valenza, una di quelle navaie allungate a forma di pesce, la cui lama si fissa col girare un cerchio di ottone e che ha sull’acciaio tante strisce rosse per quanti assassini ha commesso il ribaldo che la possiede.

La navaja allungata a forma di pesce è casomai quella di Saragoza, quelle di Valencia a noi pervenute sono piuttosto tozze per quanto possano avere blocco a virola.

Ma Gautier, pur schermidore di buon livello, appassionato di arti marziali e della Spagna, che ha visitato spesso descrivendola nel suo Voyage en Espagne, può essere stato tratto in inganno dall’aver visto esposte in vendita queste navaja a Valencia. 

Quello che è certo è che gli sgusci vengono apposti sulla lama all’origine dall’artigiano, cade quindi l’ipotesi, suggestiva e in quanto tale come spesso accade accettata aprioristicamente, che indichi il numero di assassini commessi utilizzando quel coltello. Avranno senzaltro alluso anche alla pericolositò della lama, che è sempre un buon argomento di vendita anche quando non dimostrato.

una navaja malagueña

Altra caratteristica importante della navaja malagueña è la particolare sezione della lama. Di solito forjada y calzada, secondo i dettami della tradizione iberica, ha inoltre un lato praticamente piatto, di solito il destro, e l’altro convesso.

navaja malagueña

E’ un sistema conosciuto anche altrove e da molti secoli, basti citare le lame katagiri ha del Giappone, che effettivamente esalta le capacità di taglio.

Vi contribuiscono inoltre la buona qualità dell’acciaio della malagueña, mediamente migliore già a vista d’occhio rispetto alla produzione di altre tradizioni, e il particolare profilo del tagliente, al punto che la malagueña è in grado di tagliare anche quando ha completamente perso il filo.

Coltelli spagnoli

Ringraziamo Paolo Bottoni per l’articolo.


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La spada dei samurai

La spada del Samurai

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Autore: Vanni Garrone
Cartonato 21,5 x 30 cm., pag. 454 + allegato ripiegato in 4, ill. b/n e colore
Stampato nel 2019 da Ritter 

È un piacere segnalare finalmente una nuova pubblicazione in lingua italiana su un argomento che sicuramente interessa a molti di voi: “La spada dei Samurai”.

Questo non è il solito testo fatto esclusivamente di belle foto, ma è più un’opera didattica, ben spiegata per il neofita, e ricca di spunti interessanti per l’ intenditore.

Non fatevi spaventare dalle dimensioni, per buona parte il testo è costituito da foto esplicative e approfondimenti, e la scrittura è scorrevole ed intrigante.

La lama Giapponese è analizzata in ogni sua parte, storia, nomenclatura, costruzione, funzionalità, metallurgia, scuole e spadai.

Sono presi in considerazione anche gli elementi che ne compongono il fodero e ci sono spunti interessanti per la collezione di tali oggetti .

Finalmente un libro in italiano completo e ben scritto su questo argomento.

Descrizione dell’opera

La spada dei samurai occupa sicuramente una posizione di primo piano nell’universo delle armi dell’antichità e certo la sua lama ne rappresenta l’indiscussa meraviglia.

Questo volume si propone di colmare almeno in parte molte delle lacune inerenti le particolarità e le problematiche (come quelle che gli antichi forgiatori dovevano affrontare).

L’evoluzione dell’arma viene esposta in stretto rapporto con la storia del Giappone, spiegando i motivi che di volta in volta portarono a modificazioni formali o tecniche.

L’argomento lama viene trattato spiegandone la forgiatura stratificata, la struttura composita, la tempra differenziata, ecc.

E infine gli stili formali e tecnici che hanno caratterizzato le varie scuole nei secoli.

Un particolare rilievo è stato dato agli ideogrammi relativi alle firme e alla datazione delle lame, con la presentazione di più di 270 caratteri tracciati nei diversi modi possibili.

La montatura è trattata con adeguate spiegazioni e molte illustrazioni, ma il lavoro si concentra essenzialmente sulla lama.

Per chi fosse interessato, il testo è acquistabile a questo indirizzo.



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Bursa albanese

La Bursa albanese

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La Bursa, in Turchia, si chiama “Bursa Arnavut Çakısı“  ovvero “coltello albanese di Bursa” 

Per chi non lo sapesse all’incirca 6 milioni di albanesi risiedono nei Balcani ma solo la metà in Albania, il restante sono suddivisi tra Kosovo, Montenegro, Macedonia, Grecia, e, in misura molto minore, negli altri paesi. 

Circa 1,5 milioni sono, invece, gli Albanesi che risiedono nel resto d’Europa, la maggior parte in Italia.

Fuori dall’Europa il paese di maggiore numero è la Turchia.

A Prizren, in Kosovo, si fabbricava originariamente questo tipo di coltelli che sono arrivati proprio con un Kosovaro, tale Suleyman, a seguito della diaspora del ’92, a Bursa in Turchia.

Bursa, è una è una città della Turchia di attualmente 1 854 000 abitanti situata a sud del Mar di Marmara e appoggiata alle pendici del Monte Uludağ e corrisponde, in questo senso, alla Toledo spagnola o alla Maniago, Frosolone, Scarperia Italiane.

Proprio come queste località, a Bursa si producono coltelli “regionali” a seconda dell’ordine commissionato, l’albanese , il balcanico, il cretese etc.

Di conseguenza Bursa non è il termine corretto per definire un coltello, e la stessa parola si ritrova punzonata sulla lama di moltissimi coltelli provenienti dall’Albania dalla Grecia, in tutta l’area di influenza turca prima dell’inizio della prima guerra mondiale. 

Ricordiamo infatti, come precedentemente scritto, che la Bursa, in Turchia, si chiama “Bursa Arnavut Çakısı“ ovvero “coltello albanese di Bursa”.

E’ pur vero, però, che lo stesso nome della città è diventato sinonimo del coltello tradizionale albanese corrispondente.

Un po’ come avvenuto con il termine Frosolone o (vero) Campobasso. 

Bursa albanese coltello

Il manico di questo coltello con la caratteristica decisa curva dorsale è realizzato quasi sempre in corno di montone

Sulla lama appare il punzone dell’artigiano e a volte delle “stelline” che ne identificano la misura.

Di questo modello si è azzardato qualche influenza con il “vernantin” visto che in Albania le popolazioni di Dronero vi acquistavano le acciughe. 

Realizzato perpendicolarmente sulla costa della lama di entrambi i modelli vi è un dischetto, chiamato “Broca”, che va ad incastrarsi in apertura sul dorso del manico in un intaglio rettangolare.

Questa tipologia di fermo permette di bloccare la lama in posizione aperta ed evitare di richiudersi quando viene impugnato premendo con il pollice proprio su questo bottoncino.

Sembra che il “sistema” in comune della “broca” sia arrivato dalla Francia, in epoca non precisata.

Come sia nato in Francia, non è certo, se da ideazione indipendente o se si siano ispirati ai modelli Ottomani.

Certo è che le lame a scimitarra spagnole e francesi sono ispirate a modelli moreschi.

Può essere che i francesi abbiano copiato anche il tipo di fermo, tanto tempo fa realizzandolo senza il foro nella “broca”, che agli orientali serviva per passarci un laccetto ed appenderlo alla cintura poiché non avevano abiti con le tasche.

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La Koumia Marocchina

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Quante volte ricordiamo che il coltello è civiltà, storia e cultura?

Ci permettiamo pertanto una digressione storica su un modello antico tipico del Marocco, e da noi tristemente famoso: la Koumia Marocchina.

Koumia marocchina
Koumia autentica frutto di uno scambio tra un ufficiale e un goumier nel 1944.

In origine il termine “Goumiers” venne utilizzato per indicare i soldati “irregolari” reclutati dall’esercito francese durante i primi anni del Novecento nell’area del Maghreb, ai tempi zona coloniale francese, e appartenenti a tribù montane dell’Atlante.

I Goumiers non furono utilizzati al di fuori del Marocco durante la Prima guerra mondiale.

Durante il II conflitto bellico, invece, quattro divisioni di soldati marocchini, combatterono al fianco degli alleati nel corso della campagna d’Italia (per un totale di circa 12,000 uomini).

Abituati alla dura vita di montagna, resistenti al freddo e alla fame, essi erano specializzati in raid notturni e prediligevano l’uso di un lungo coltello (“koumia“) per assaltare i nemici, che venivano sgozzati e spesso mutilati.

Nelle foto seguenti potete notare la forma e le caratteristiche di questo tipico coltello marocchino.

Spilletta Koumia marocchina
La spilletta con l’ effigie della Koumia decorato con motivi geometrici e floreali rappresentava i battaglioni dei GMM (Goums Mixes Marocains/Gruppi Misti Marocchini).
Koumia antica
Koumia antica



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