Coltelli regionali italiani

Legge Giolitti 1908

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LEGGE GIOLITTI sui “ferri taglienti” (Regio Decreto 8 Novembre 1908, n. 685).

Con la sua promulgazione si delineavano le misure e gli accorgimenti nella fabbricazione di coltelli di libero porto in un periodo in cui le leggi in materia erano divenute sempre più restrittive.

Ciò causò un’ulteriore intoppo nella produzione dei ferri taglienti poiché imponeva nuove limitazioni alla lunghezza dei coltelli che si potevano portare liberamente.

Tale legge danneggiò in particolar modo quei centri specializzati come Frosolone e Scarperia la produzione era in massima parte costituita da coltelli pieghevoli, quasi tutti con punta, destinati ad aree geografiche fortemente dedicate all’agricoltura e alla pastorizia in cui portare il coltello in tasca era consuetudine.

Questa legge permetteva però il porto di un coltello senza punta con lama non più lunga di 4 centimetri (in seguito portato a 6 cm) e di una lunghezza massima complessiva di 20 centimetri.

Nacque così la “mozzetta Giolittiana“, a volte chiamate “Permesso dalla Legge” perché ne riportavano tale dicitura impressa sulla lama.

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UN COLPO MANCINO – una storia sui coltelli

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Una volta scrissi questo racconto sui coltelli e lo mandai al concorso LAMA E TRAMA a Maniago.

Si parla di un coltello a scatto costruito per i mancini, coloro che usano la mano sinistra.

Chissà se esiste.

Chissà se da un’invenzione narrativa non si possa creare un qualcosa di reale.

Ci sono delle storie che nascono come racconti fantastici o inventati, ma che sembrano così veritiere da farle apparire quasi reali.

D’altronde a volte è difficile distinguere tra realtà e pura fantasia.

Quella che vi racconto è una storia che, proprio per i fatti storici da cui trae ispirazione, seppure non autentica è certamente verosimile.

Siamo nel 1908 a Frosolone, un piccolo paese dell’alto Molise.

In quell’anno, in aggiunta alle già rovinose leggi sulla produzione e sul porto d’armi, fortemente limitative, fu emanata dal governo Giolitti un’ulteriore normativa che proibiva sia la fabbricazione dei coltelli “a punta”, sia la vendita di quelli con lama di lunghezza superiore a quattro centimetri: ebbe così inizio un periodo di crisi per l’intero artigianato delle forbici e dei coltelli molisano.

A Campobasso, città capoluogo, scomparve quasi del tutto l’arte dell’acciaio traforato: rimasero solo pochi ostinati e caparbi artigiani.

E conseguenze ben più gravi si ebbero a Frosolone, la cui economia molto dipendeva dall’attività di lavorazione dei ferri taglienti e che vedeva in quel periodo in attività circa 500 piccole botteghe dove lavoravano centinaia di addetti, tra piccoli artigiani e aiutanti, assicurando di che vivere a buona parte dei circa seimila abitanti del borgo.

Fu così che un’intera categoria di lavoratori, del tutto sprovvista di capitali propri, venne a trovarsi alla mercé di alcuni speculatori, i quali, settimana per settimana e di bottega in bottega, acquistavano direttamente la produzione per poi rivenderla, con ben lauti guadagni, ai commercianti delle grandi città.

La consapevolezza di questa traffico, determinò nel piccolo comune altomolisano un periodo di tensioni contrattuali tra gli intermediari commerciali da una parte, e la categoria degli artigiani, dall’altra;

contrasti finalizzati a mitigare l’esoso sfruttamento operato dai primi a danno dei secondi.

E tali rivendicazioni furono così aspre da mettere i mediatori nelle condizioni di rivedere la loro strategia commerciale.

Infatti costoro, vedendosi sfuggire di mano il mercato ed il lucroso commercio, avviarono rapporti commerciali diretti con fabbricanti di coltelli tedeschi, ai quali consegnarono i modelli della produzione frosolonese, nota ed apprezzata, per farli replicare e quindi smerciarli ai loro clienti.

Le fabbriche tedesche, dal canto loro, non si lasciarono sfuggire l’occasione: furono in grado, grazie alle loro attrezzature più moderne, di produrre coltelli di ugual foggia a costi decisamente inferiori.

Ciò, ovviamente, ebbe ripercussioni funeste sulla produzione frosolonese, i cui artigiani si trovarono di fronte al doppio problema dello smercio, venuto meno per le mutate rotte commerciali, e del prezzo dei loro manufatti, eccessivo rispetto alla produzione germanica.

Fu vera crisi: i più furono costretti a cambiare mestiere e, date le generali, depresse condizioni economiche, si assisté a un nuovo tristissimo flusso migratorio.

La speranza di una vita migliore costrinse la maggioranza degli artigiani ad abbandonare la propria terra, per trapiantarsi chi oltralpe chi addirittura oltre oceano, ambasciatori però di un’arte finissima e ancora poco conosciuta nelle lontane Americhe.

Cosimo nel 1907 decise di trasferirsi con la propria famiglia in Germania, dove trovò subito lavoro in una fabbrica della Renania che produceva rasoi, lame da tavola, coltelli, lime, ecc… a Remscheid, una città di 100.000 abitanti a pochi chilometri da Solingen.

Peppino, il suo primogenito, che all’epoca aveva 12 anni, divenne l’aiutante dell’operaio addetto alla tempera delle lime, iniziando così a respirare giovanissimo non solo i vapori acri ed irritanti della lavorazione ma, più in generale, l’atmosfera della grande fabbrica dove, tra presse enormi, fucine, taglieri, mole e macchinari diversi, evidente era la contrapposizione tra la grande solidarietà che legava gli operai e la scarsa considerazione che padroni e dirigenti avevano della loro stessa manovalanza.

Ai suoi occhi, poi, appariva evidente il contrasto tra quell’ambiente di lavoro enorme e sofisticato e la piccola e scura bottega del padre dove ancora bambino si aggirava curioso tra i pochi strumenti e la scarsa attrezzatura, già di suo nonno coltellinaio, tanto logora ed annerita quanto efficiente ed efficace nelle mani esperte e capaci di suo padre.

Peppino, nonostante la giovane età, non sfuggiva come il padre e come tantissimi suoi compagni alle vessazioni del proprietario, dei suoi dirigenti e, per emulazione, del figlio di questi, un suo coetaneo di nome Erich.

Gli italiani erano i “makkaroni”, ovvero gente abituata a lavorare poco e male, poco avvezzi alla disciplina della fabbrica, a cui pertanto si potevano affidare solo i lavori più pesanti e pericolosi.

Coloro che dopo tanti anni si erano guadagnati un minimo di fiducia della dirigenza, accedendo per questo a mansioni più elevate, erano comunque controllati minuziosamente nel loro lavoro.

I coltelli da loro costruiti e rifiniti venivano esaminati dallo stesso proprietario che li sottoponeva pezzo per pezzo ad un meticoloso controllo: a distanza ravvicinata, quasi a sfiorare il mento, il suo sguardo attento ne valutava l’assemblaggio, la lucentezza; poi, se richiudibili, ne apprezzava il meccanismo e la calibrata resistenza alla loro apertura.

Se questi era poco soddisfatto, l’operaio era chiamato a rispondere personalmente dei difetti riscontrati.

Il minimo che potesse accadergli era un penoso declassamento a mansioni inferiori.

Cosimo fu messo a lavorare vicino a un forno elettrico in cui faceva ricuocere le lime e, all’occorrenza, prestava aiuto nelle mansioni più faticose.

Ma non ebbe mai a lamentarsi del carico di lavoro eccessivo, quanto invece delle precarie condizioni in cui si era costretti a lavorare.

E Peppino non pianse il giorno che Cosimo perse la vita folgorato da una scarica elettrica scaturita da un filo scoperto di un macchinario.

Non pianse perché si sentì all’improvviso drammaticamente adulto, sentì sprofondarsi sotto il peso delle sue nuove responsabilità e volle reagire, reprimendo le emozioni, da uomo adulto.

Non pianse ma raccolse una ad una tutte le lacrime versate da sua madre e dai suoi fratelli, facendole proprie e da quel momento iniziò a nutrire un profondo e muto rancore.

Molte volte aveva visto suo padre maltrattato e deriso, a volte schiaffeggiato, solo perché denunciava le precarie condizioni di sicurezza ed i pericoli cui erano esposti tutti i lavoratori nella fabbrica.

Quanto più era inascoltato, tanto più la sua protesta si faceva sonora e vibrante.

A suo figlio trasmise la stessa passione sindacale e, suo malgrado, un destino non certo migliore.

Cosimo aveva circa 28 anni quando la sua mano destra rimase sotto una pressa appositamente manomessa la sera precedente.

Si concludeva così il suo duello a distanza con Erich.

Un contrasto fondato sull’astio reciproco sbocciato con la morte del padre, accresciutosi nelle continue lotte sindacali con la proprietà ed alimentato per anni dalla prepotenza di Erich all’interno della fabbrica.

L’epilogo di quella rivalità fu il licenziamento per giusta causa di Peppino.

Il figlio del padrone aveva vinto: un invalido non poteva essere utile all’economia della fabbrica.

Peppino riprese allora umiliato e offeso la via dell’Italia, chiedendo al destino solamente di poter un giorno restituire il torto subito.

Si sistemò nella sua vecchia casa a Frosolone e cercò lentamente di ricostruirsi una vita.

All’inizio riuscì a riaprire la piccola bottega e iniziò a costruire, con l’unica mano che gli era rimasta, tanti bei temperini cui dava la forma di piccoli animali: pesci, uccelli, cani, gatti, ecc.

Qualche anno dopo prese moglie e avviò un discreto commercio di quei temperini con i convittori del locale Liceo-Ginnasio, di cui nel frattempo era diventato bidello.

Partecipò finanche a mostre nazionali alle quali inviava dei pezzi unici che in più di un’occasione gli valsero attestati di benemerenza e la qualifica di Maestro artigiano.

Del giovane Peppino, della sua storia di emigrazione, di lavoro precoce e di adolescenza negata, del dolore immenso ma volutamente represso per il lutto subito, non c’era più traccia apparente, neanche nei tratti del viso, coperti ora da una folta barba e comunque trasformati dal tempo.

Restava solo il moncherino a ricordargli ostinatamente, ogni nuovo giorno, quasi generando un reale dolore, la ferita che portava dentro: il suo desiderio di vendetta inappagato.

La II Guerra Mondiale fu un evento vissuto con una relativa tranquillità dall’intero paese, come fatto di per sé drammatico, ma distante.

Nel 1943 però le cose cambiarono; furono per primi i tedeschi, in ritirata dal sud Italia, incalzati dagli Alleati e in procinto di schierarsi a difesa della linea Gustav, a portare fisicamente la guerra tra le strade e i vicoli del paese.

Verso fine agosto, provenienti dalla costa adriatica, una colonna di soldati e automezzi tedeschi entrò nel paese.

L’atteggiamento delle truppe tedesche fu dapprima amichevole e conciliante; ma dopo l’8 settembre i rapporti divennero tesi e problematici.

Durante la loro sosta ci furono episodi di piccolo sabotaggio nei loro confronti a cui fecero seguito le relative rappresaglie.

Dominava insomma un clima di tensione e di paura.

Era la sera del 13 settembre del ’43 quando anche nella piccola bottega di Peppino entrò un drappello di soldati tedeschi i quali, senza curarsi di lui, iniziarono a mettere tutto sotto sopra: in quelle particolari officine razziavano quanto ritenevano essere di pregio ed interesse.

L’ufficiale al comando, che fino ad allora era rimasto sull’uscio – la zona più buia della bottega – si avvicinò verso la luce della fioca lampada che illuminava la macchina in funzione.

Ancora avvolto nella penombra, prelevò dalla tabacchiera di lucente e fine metallo una presa di tabacco che fiutò avidamente.

Aggiustandosi il suo monocolo d’oro, intimò a Peppino, dopo una breve pausa che sembrò non avere mai fine, e durante la quale il suo sguardo restò come incantato sulle mani dell’artigiano, di fermare la rumorosa mola in movimento.

Peppino, che fino ad allora era restato seduto nell’atto di arrotare un grosso coltello a scatto, ultima delle sue creazioni, spense la mola e, alzata la lampada, si levò in piedi.

Fu solo allora che riconobbe nell’ufficiale tedesco il suo coetaneo e vecchio datore di lavoro, Erich di Remscheid.

Il tedesco appariva ancora giovane, i suoi tratti erano lievemente appesantiti dal tempo e soltanto i baffetti affilati e il prezioso monocolo indicavano un’età non più giovanile.

Erich non ebbe però lo stesso acume: il tempo trascorso, ma soprattutto la corporatura appesantita, la barba folta e diffusamente incanutita, una fisionomia dimessa nei suoi tratti essenziali che faceva apparire l’uomo più vecchio di quanto non fosse, ingannarono l’ufficiale tedesco.

In verità Erich ebbe un solo brevissimo momento di perplessità: quando il suo sguardo colse fugacemente il braccio destro, monco della mano, del suo interlocutore; ma fu una situazione che il suo senno intransigente ricacciò indietro, classificandola rigidamente come circostanza improbabile.

Di operai monchi, concluse in un attimo, il mondo ne era pieno.

La morbosa curiosità del tedesco per l’oggetto metallico soffocò repentinamente ogni altra sua riflessione; prese in mano il coltello, ancora rozzamente rifinito ma già delineato nella sua precisa struttura, e chiese in un italiano stentato che gli si spiegasse il funzionamento.

Peppino allora, senza scomporsi e non tradendo emozioni, illustrò per lo più a gesti e nel dialetto locale la funzione di quel piccolo pulsante che premuto lasciò scattare una lama di una trentina di centimetri.

La lama vibrò con precisione e violenza, disegnando con la punta nell’aria un semicerchio diretto dal basso verso l’alto dell’impugnatura.

L’ufficiale sorpreso, fece un passo indietro, ma subito si ricompose intimando all’artigiano di finirlo perché sarebbe tornato a prenderlo il giorno dopo, prima di evacuare il paese come da ordini ricevuti.

Era quella un’occasione che Peppino valutò irripetibile: velocemente rievocò i soprusi e le umiliazioni che aveva subito; la macchina che aveva fulminato il povero padre; i volti in lacrime dei suoi familiari; e la sua mano, dilaniata sotto la pressa mal funzionante…

Rimase tutta la notte in bottega intento a congegnare ed assemblare il coltello.

Doveva costruirlo in una maniera decisamente insolita, quel coltello, sovvertendone le usuali logiche di funzionamento ma nello stesso tempo dargli un aspetto verosimile.

Non poteva permettersi di sbagliare; anche il minimo particolare poteva insospettire il tedesco che di coltelli comunque aveva una certa dimestichezza.

Ma quel coltello a scatto era una creazione inedita ed originale ed ecco perché l’ufficiale tedesco ne era rimasto particolarmente colpito.

Dai discorsi carpiti da Peppino era chiaro che il tedesco voleva portare con sé quell’esemplare per brevettarlo e produrlo in serie nella sua fabbrica.

Ancora una volta le fabbriche tedesche avrebbero potuto trarre profitto replicando un manufatto non loro, acquisirne addirittura il brevetto e smerciarlo impunemente.

Ma il coltello in questione era stato pensato, studiato e inventato da un artigiano frosolonese che era fortemente determinato ad evitare questo ulteriore sopruso.

A ciò si aggiungeva un piccolo dettaglio non trascurabile: il coltello sarebbe finito nelle mani del suo vecchio nemico…

La vendetta covava come brace mai spenta nella mente di Peppino.

Il giorno dopo il coltello era pronto.

Un coltello a scatto con un’apertura di lama pari a 33 cm.

La molla era tirata al massimo; lo scatto era pressoché perfetto, secco ed istantaneo.

L’accoppiamento e le proporzioni delle singole parti erano impeccabili, le simmetrie precise, la lucentezza del metallo uniforme e tirata a specchio.

Il manico, in particolare, impreziosito con l’impiego di un corno venato di marrone con striature di colore verde, oltre che essere di una bellezza unica, era sagomato parimenti da una parte e dall’altra in modo tale da camuffarne il giusto verso di apertura.

Neanche un occhio espertissimo avrebbe potuto immaginare la dinamica di funzionamento e l’intimo meccanismo che quel manufatto d’acciaio nascondeva.

Puntualmente, all’ora concordata, il tedesco si presentò nell’angusta bottega dell’artigiano accompagnato da una piccola scorta.

Peppino gli aveva confezionato il coltello in una piccola scatola di legno e vi aveva inserito un foglietto piegato con sopra una frase scritta in tedesco.

L’ufficiale sedette sulla piccola sedia, prese emozionato la scatola, l’aprì e senza leggere il biglietto prese il coltello tra le mani, girandosi istintivamente verso il chiarore che proveniva dall’ingresso.

Fu tanta la foga e la voglia di esaminarlo, di apprezzarne la pregevole fattura, il prezioso rivestimento, il preciso assemblaggio che, con un rituale collaudato ed usuale, lo posizionò controluce a mezz’aria, all’altezza del viso, a una decina di centimetri di distanza.

Premette quindi, impaziente, il piccolo pulsante che liberava la lama dal gioco del manico e… avvenne l’irreparabile.

Con uno scatto secco, violento e fulmineo la lama uscì dal manico ma, invece di scattare in avanti, descrivendo nell’aria quella traiettoria che tutti si aspettavano, uscì schizzando all’indietro, tagliente e sottile come un rasoio, silenziosa come bisturi che fende l’aria, quasi a cercare con cinica freddezza l’impatto con le carni morbide di colui che l’aveva affrancata dal blocco, e lacerando così in un istante, con i suoi residui venticinque centimetri di affilatissimo acciaio, la gola dell’ufficiale.

Quel tedesco, con la giugulare ormai irrimediabilmente recisa, con negli occhi la supplica di un aiuto e la stupita consapevolezza di una fine ormai prossima, farfugliando qualcosa si teneva la gola come se una mano estranea, una mano destra, svincolata dal corpo cui apparteneva e del tutto invisibile, lo avesse afferrato e lo stesse soffocando.

In quello stesso frangente iniziò un violento bombardamento da parte dell’esercito alleato che si apprestava così ad occupare il centro abitato.

Il resto del drappello tedesco, dopo pochi attimi di esitazione sul da farsi, corse fuori precipitosamente, sparpagliandosi disordinatamente per i vicoli del paese.

Nella bottega, Peppino seduto sul suo sgabello fece correre lo sguardo sul corpo di quell’ufficiale ormai esanime, riverso nel suo stesso sangue; guardò il suo moncherino che gli parve ora non essere più che una vecchia cicatrice indolore; con lacrime lente che scendevano da occhi ormai liberi di esprimere un remoto dolore e un’agognata liberazione, prese dalla custodia il foglietto sul quale, come per offrire l’ultima opportunità al rivale, aveva scritto: “Vorsicht! Dieses messer mit der linken hand benutzen” (Attenzione! Azionare questo coltello con la mano sinistra) e lo ripose con gesto calmo nel taschino della divisa dell’ufficiale.

Peppino, forse senza volerlo, aveva costruito il primo coltello a scatto destinato ai mancini… a cui, piccolo ma importante particolare, intenzionalmente si era premunito di fare il doppio filo alla lama.

Ringraziamo Silvio Prezioso per aver condiviso questa splendida storia.

Se hai apprezzato questo racconto, non esitare a commentare e a condividerlo.

Nella lista che segue ti proponiamo altri articoli dedicati ai coltelli regionali italiani

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Ericini trapanesi

I coltelli trapanesi: gli ericini Cetino

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La famiglia Cetino, celebre per la produzione dei tipici coltelli “ericini”, si pensa fosse attiva già intorno alla fine del secolo scorso.

Ultimi esponenti di questa stirpe sono stati Carlo Cetino e suo fratello, che hanno gestito la bottega ad Erice nel quarantennio 1920-1960.

Gli ericini “Cetino” sono coltelli robusti , caratterizzati da una “molla semplice”, estremamente “forte”, e decorata a lima (gli esemplari di dimensioni importanti si fatica ad aprirli).

La lama, solitamente ricavata da balestre, presenta un ottima tenuta del filo e reca sempre come punzonatura, la lettera C.

Punzonatura Cetino
Notare la lettera “C” tipica dei coltelli prodotti da Cetino

Per la manicatura venivano utilizzati i “suareddi”, protuberanze in cartilagine dura, di colore verdastro scuro, poste nella parte posteriore delle zampe posteriori al di sopra del polso, fissati con perni in rame o ottone alle cartelle in acciaio.

Nella testa del coltello (anello) i 3 lati sono svasati, con zigrinatura tipo calcio di fucile, vicino al manico pintadura a forma di onde, così come le altre placchette in ottone centrale e codino.

Tutti le componenti del coltello Cetino, coltello rustico molto robusto, costruito per pastori e contadini, sono a spigolo vivo, dalle cartelle in acciaio, placchette in ottone.

Sporadicamente venivano usati corno di caprone e montone.

Nelle foto allegate sono evidenziate una serie di ingrandimenti con particolari del coltello costruito da Cetino, da non confondere con coltelli apparentemente simili-

Sin dai primi anni ’70 dove molti artigiani si sono cimentati nella costruzione del coltello Ericino punzonando gli stessi con le più svariate C pur di vendere i propri coltelli, spacciandoli per quelli del noto artigiano.

Riassumendo se un coltello non ha le caratteristiche dei coltelli nelle foto non sono Cetini ma, semplicemente Ericini.

Nelle foto vengono mostrati un paio di miei esemplari, con particolari importanti del coltello, oltre ad un gruppo di Cetini d’epoca, foto gentilmente concessa dagli eredi di Carlo Cetino, altri coltelli di collezionisti. 

Ericini Cetino
Ericini


Ringraziamo Salvo Fonte per l’articolo




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Coltelli da pescatore

Il Coltello da pescatore e la famiglia Lucantoni

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Al contrario da quello che lascia intendere il nome, il “Coltello da Pescatore” o “Coltello Anconetano” nasce lontano sia dal mare che da Ancona. 

Le sue origini si intrecciano principalmente con quelle della famiglia Lucantoni, più di 350 anni fa.

Questa famiglia era originaria dell’odierno Reatino che all’epoca ricadeva nei confini, seppur molto labili, dello Stato Pontificio, insieme ad Ancona.

Ceppo di confine tra lo Stato Pontificio e il regno di Napoli
Ceppo di confine tra lo Stato Pontificio e il regno di Napoli

Di conseguenza le loro lavorazioni non potevano che essere fortemente influenzate dal territorio.

Lo stesso nel quale era diffuso una particolare e famosa tipologia di coltello detto “alla romana”.

Era molto diffuso, tanto nelle campagne, quanto nelle città, nelle quali era noto con il semplice appellativo di “coltello romano”, soprattutto per l’uso delittuoso che ne facevano i facinorosi abitanti dei rioni della Roma Papalina, ottenebrati dall’animosa e arrogante spavalderia delle classi subalterne, o da un bicchiere di troppo bevuto all’osteria, o magari da entrambe.

I Lucantoni si trasferirono successivamente nel paese di Controguerra in Abruzzo, oggi parte della provincia del teramano e al tempo del Regno di Napoli.

Il paese sorge appena fuori dai confini dello Stato della Chiesa, quasi sulle sponde del fiume Tronto, facente funzione di confine naturale.

E’ dunque più che probabile che avessero mantenuto i contatti con il loro paese di origine e che la loro clientela fosse rappresentata in larga maggioranza oltre che dai contadini delle campagne Teramane (come dimostra la produzione di roncole) da uomini di mare a sud e a nord della costa, abruzzesi e marchigiani, o meglio del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio. 

Ancora oggi il Tronto rappresenta il confine tra le regioni Abruzzo e Marche. Gli abitanti delle due sponde opposte sono ancora chiamati, in maniera scherzosa, “regnicoli” e “papalini”.

Divisione dell’Italia preunitaria
Il Tronto segna il confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli

Per ovviare alla problematica rappresentata dai dazi di dogana, è verosimile che si sia lasciato credere che la produzione fosse interna alla città portuale di Ancona, da cui deriverebbe il nome “Anconetano”,

Qui erano venduti ai marinai ed ai pescatori che solcavano l’Adriatico nei tipici pescherecci denominati bragozzi e ai mercantili chiamati trabaccoli, ancora oggi visibili nel Museo della marineria di Cesenatico.

Bragozzo e Trabaccolo

Il loro corrispondente per la pesca statica dalle scogliere su palafitte sono i celeberrimi “trabucchi” o “trabocchi”. La costa dei trabocchi si estende per ca. 40 km tra Ortona e Vasto,

Col tempo la loro produzione venne necessariamente influenzata dal nuovo territorio.

Nei paesi più interni di Loreto Aprutino e di Guardiagrele, veniva forgiato già da almeno la fine del settecento un coltello dedicato ad uso pastorale e chiamato “Gobbo” per via della caratteristica curvatura che prendeva il manico formando una sorta di gobba.

La lama invece presentava un piano di taglio più evidente rispetto a quello dei coltelli “alla romana”.

Il coltello che ne nacque univa i migliori aspetti delle due tipologie.

Del coltello “alla romana” conservava la tipica molla esterna dorsale non incassata a differenza del suo “fratello” rurale.

La molla era costituita da una placca rettangolare adattata al dorso del manico rigorosamente in corno bovino e fissata con una sola vite, in modo da essere facilmente asportabile durante le operazioni di pulizia, assai frequenti a causa dell’esposizione all’umidità ed alla salsedine. 

Anche nella parte terminale del manico era sagomato, come in molti coltelli alla romana, con una figura zoomorfa. Successivamente nella seconda metà dell’ottocento, venne sagomata al suo posto, una tacca sul dorso che permetteva al coltello in posizione chiusa di agganciare i fili delle reti per tirarle e quindi riammagliarle. 

Coltelli da pescatore

Vennero inoltre adottate soluzioni innovative ma efficaci atte a non incorrere ai rigori delle restrizioni di legge per evitare che potesse trasformarsi in un’arma. Soprattutto in mano ai marinai, famigerati nelle locande di tutti i porti. 

Le dimensioni vennero ridotte riuscendo a mantenere la punta, innegabilmente utile per molti lavori, e il largo piano di taglio tipico del gobbo.

Il malvisto sistema di blocco della lama tipico dei coltelli romani, venne modificato. 

Il tallone sporgente della lama venne forzato ad insaccarsi in una tacca praticata sulla testa della molla in modo da renderla ugualmente stabile all’uso in posizione aperta.

Tutto ciò ne decretò l’indiscutibile successo presso i lavoratori.

Odorico Lucantoni detto “Rico De P’Chiorr” (trad. Rico il chiacchierone) classe 1910 ha rappresentato l’ultimo artigiano della famiglia. Odorico infatti non aveva figli maschi e dopo la sua dipartita, alla veneranda età di 94 anni nel 2004, le figlie non hanno voluto continuare la storica tradizione familiare.

Lo studioso di coltelli tradizionali G. Pannitto ha avuto l’opportunità questa estate (2019) di incontrare la figlia di Odorico Lucantoni, l’ elegante Sig.ra Maria Teresa, la quale ha concesso la straordinaria opportunità di riapririre la storica bottega del padre a Controguerra.

Giuseppe Pannitto e Maria Teresa Lucantoni
Maria Teresa di fronte alla bottega appena riaperta

Nelle righe seguenti intendiamo evidenziare le qualità umane di un artigiano amato da tutto il paese visto che le sue capacità tecniche sono ampiamente state descritte in altri articoli.

Sin dall’inizio della ricerca sul campo tutti gli abitanti del paese si sono resi disponibili a dare informazioni utili per rintracciare sia la Signora Maria Teresa che per delineare la figura di Odorico. Tra tutti un particolare contributo lo hanno dato Marco del Bar locale , Giuseppe  amico di Odorico e Gabriele detto Prisco, il sig. Gino.

La figura che è emersa dai loro racconti e quella di Odorico un uomo di grande tenacia: iniziava a lavorare alle 6 del mattino e finiva alle 10 di sera, ore durante le quali  tirava il carbone per la forgia , stazionava e scaldava i corni , forgiava e finiva sulla mola i famosi coltelli da pescatore ma anche coltelli (set completi) da cucina e coltelli da caccia.

Durante le varie chiacchiere con i paesani che descrivevano la bottega di Odorico come un punto di ritrovo per tutta la gente del paese che si sedeva sulla soglia per fare conversazione ed ammirare il coltellinaio mentre era all’opera, in molti spontaneamente hanno mostrato quello che il locale coltellinaio aveva prodotto per loro ; capolavori tra i quali coltelli da pescatore a molla fissa da ben 30 cm sino ad ora sconosciuti e gobbi nella miglior tradizione abruzzese. 

Coltelli da pescatore e gobbo abruzzese

Due coltelli da pescatore con le tipiche tacche inframezzati da un gobbo sempre di produzione Lucantoni

La Signora Maria Teresa si è prodigata per consentire la riapertura della bottega del padre  chiusa da alcuni decenni e non appena si è riusciti a far rimuovere il pesante portone di ferro ecco che appare una sorta di museo:

Giuseppe Pannitto
Interno bottega e incudine storica con Giuseppe Pannitto

pochi metri quadrati interrati in centro al paese dove abbiamo ritrovato arnesi ed effetti personali impolverati così come erano stati lasciati dopo la scomparsa di Odorico (foto successiva):

  • forgia;
  • incudine;
  • martelli;
  • pinze;
  • corni;
  • ma anche occhiali bottiglie e scatole di legno che hanno spiegato come tenevano i coltelli pronti per la vendita.
Forgia
Il banco da lavoro
Banco Lucantoni
Sopra banco da lavoro

Si notino gli occhiali da vista. Odorico L. verso gli ultimi anni aveva problemi di vista che, si racconta, lo obbligavano a contare – per orizzontarsi – gli scalini delle ripide strade di Controguerra quando si recava a lavoro.

Incudine Lucantoni
Incudine e bottega coi muri anneriti da fumo e residui di lavorazione. Le cappe di aspirazioni e i vari aspetti normativi erano ancora lungi dal venire…
Scatola di Vincenzo Lucantoni
La scatola che conteneva i coltelli finiti che venivano presentati all’interno della bottega per la vendita. Incisa col nome del fratello Vincenzo Lucantoni. Anche Vincenzo produceva in bottega coltelli con piccole differenze note agli “addetti ai lavori”.

Inevitabile l’emozione della Signora Maria Teresa anche perché dopo qualche minuto dalla riapertura della bottega i paesani sono accorsi per raccontare aneddoti e mostrare manufatti.

Coltelli di Lucantoni
Alcune opere mostrate in loco

È stata un’esperienza incredibile a ricordo di un artigiano  le cui opere sono diventate oggetti da collezione sia in Italia che all’estero e che soprattutto è  ancora ricordato per la sua simpatia , cordialità , bravura ma soprattutto ricordato come una brava persona semplice che ha lavorato tutta la vita per il bene della famiglia.

La famiglia Lucantoni originaria della zona del Reatino si è trasferita a Controguerra alla fine dell 800, il nonno Giuseppe già produceva oggetti in ferro per l’agricoltura, il padre Pasquale già  produceva coltelli, Odorico ” P’ chiorr” ha avuto però il tempo di tramandare le sue conoscenze in bottega all’ormai noto maestro coltellinaio Nino Nista, originario di Frosolone, avendolo avuto come allievo per 7/8 anni.

La tradizione dei coltelli abruzzesi tra gli altri è  portata avanti dall’abile artigiano Lorenzo Pasquini specializzato nella produzione dei coltelli detti gobbi.

Grazie ad ulteriori ricerche da parte di G. Pannitto si è potuto inoltre confermare una produzione della stessa tipologia di coltelli coeva a quella di Odorico Lucantoni.

L’artefice, etimologia del termine centratissima: dal lat. “fatto ad arte”, fu Nazzareno Colletta detto “Ze”.

Nativo di Nereto, sempre in provincia di Teramo e a soli 6 km da Controguerra.

Nazzareno iniziò qui la sua professione nei primi del ventesimo secolo, per poi trasferirsi e continuare la sua attività, fino agli inizi degli anni settanta presso San Benedetto del Tronto (AP).

La destinazione clientelare non poteva che essere la stessa comunità marinara della costiera Marchigiana a nord e Abruzzese a sud del fiume Tronto, per i quali questo tipico  “coltellino” era considerato quasi un oggetto di “buon auspicio”. 

Ancora oggi come i pastori delle montagne controllano prima di lasciare il loro ricovero se hanno con loro il coltello “cugino” gobbo, i marinai prima di imbarcarsi controllano sempre di avere l’equivalente costiero in tasca. 

Per quanto riguarda la produzione del “Colletta” sembra che la funzione di portafortuna fosse addirittura più accentuata.

Questi esemplari presentavano infatti lavorazioni più ricche. Nel manico venivano inseriti disposti in intricati percorsi numerosi chiodini di ottone. La funzione era di attirare gli spiriti maligni che nel tentativo di contarli si confondevano fallendo i loro scopi malvagi. 

magari insieme ad altri simboli apotropaici richiesti dal committente.

Scaramanzie simili se ne riscontrano tante soprattutto nelle aree centrali della penisola.

A Roma ad esempio, la festa di San Giovanni celebrata il 24 Giugno era considerata un’occasione particolarmente “magica”. Nella credenza popolare le streghe avrebbero sorvolato Roma, passando sopra alla Basilica di San Giovanni, per recarsi all’annuale sabba che si teneva presso il noce di Benevento. 

Il popolo Romano si dava appuntamento vicino alla basilica . Prima di uscire però metteva in atto alcune scaramanzie in modo che l’abitazione, durante la loro assenza, fosse protetta. Tra queste c’era la consuetudine di versare un pò di sale sulla soglia, di incrociare le scope e di recitare alcune giaculatorie, nella convinzione che le streghe, enormemente curiose, non avrebbero resistito a contare i fili della scopa o i chicchi di sale prima di entrare in casa fallendo quindi il loro scopo.

Diversi coltelli prodotti dal Colletta sono stati anche esportati negli Stati Uniti come souvenir. Sulla lama recavano infatti il nome della località (ad es. S. Benedetto del tronto) o la semplice dicitura “ricordo”. 

Coltello da pescatore

 Le donne solevano regalarli ai loro uomini come pegno d’amore (Ricordo d’amore, Ti dono il cuore mio…).

Coltello anconetano

Alcuni di questi coltelli hanno un accorgimento particolare. La lama in posizione di chiusura sporgeva quel tanto che basta dal manico per non dare fastidio e per essere aperta senza l’uso delle mani, puntandolo e facendo leva sui pantaloni o su un elemento in legno della barca.

C’è da spendere ancora due parole per un ultimo artigiano di Acquasanta Terme (AP).

Detto “Ciarulla”, non aveva appreso il mestiere dalla famiglia Lucantoni e di lui si conosce ancora molto poco se non che punzonava con una piccola incisione a forma di C. e che la sua produzione di cui si conoscono “pescatori” e “mozzette” fosse alquanto limitata rispetto ai colleghi. C’è da dire però che questi ultimi avevano una produzione forsennata e altissima per i mezzi a loro disposizione.

In seguito alla morte del Colletta e durante gli ultimi anni della produzione del Lucantoni si affiancarono i cosìdetti coltelli da pescatore “pubblicitari”. Inizialmente le reterie avevano adottato l’usanza di regalarli con la reclame sulla lama ai loro clienti.

Il manico poteva essere in corno quando la produzione era ancora artigianale ma spesso, soprattutto quando si trattava di grandi quantitativi, anche in materiale plastico di minor pregio e prodotti industrialmente a Scarperia quanto a Maniago.

Retificio Perotti Giacomo

“Ne abbiamo visto spessissimo con i nostri occhi numerose versioni industriali con manico in plastica perfino tra le mani dei vecchi pescatori napoletani impegnati a rammagliare le reti da pesca la sera, sulla banchina, al ritorno dalla battuta di pesca”

(Francesco de Feo, Hachette, Coltelli d’autore, n.23).

Una delle ultime scoperte al riguardo è stata fatta dall’artigiano e studioso Lorenzo Pasquini il quale, su suggerimento di un suo amico, disassemblando dei coltelli “pescatori” pubblicitari fabbricati a Controguerra (TE); hanno notato, sul lato interno delle molle, oltre i segni della forgiatura, anche alcune sequenze di numeri romani, incisi per facilitare l’accostamento dei vari pezzi.

Due coltelli da pescatore
quattro coltelli anconetani
Molle del pescatore
Molle del pescatore

Questi coltellini venivano prodotti artigianalmente in una rudimentale linea seriale, su commissione di varie ditte relazionate con l’attività portuale della costiera adriatica centrale, retifici, fabbriche di cavi in acciaio e varie altre.

Stupisce la velocità e la quantità di produzione, considerando i poveri mezzi di cui gli artigiani disponevano.

Lorenzo Pasquini
Lorenzo Pasquini al lavoro



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Il pirainito

Il Pirainito

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Mettiamo in ordine le idee…

Le prime ricerche di questo coltello in paese furono scarse, tutti sapevano che lo faceva Mastro Gioacchino Ricciardo, che era taglientissimo ecc, ma di pezzi da visionare non ve ne furono fin quando in un comune vicino , grazie all’aiuto di padre Carlo, che conosceva un fabbro ultra novantenne del luogo, ho avuto i primi lumi, ed un pezzo da visionare (si veda Foto n°1).

il pirainito

Successivamente  trovai conferma da una signora che vide alcuni miei schizzi a penna (foto2).

schizzi del pirainito

e iniziai a fare i primi pezzi cercando di attenermi alla tradizione (foto n.3),

riproduzione del pirainito

continuando il percorso, ho trovato una foto in un libro che parla delle tradizioni ed antichi mestieri  della mia contrada, tra cui “ I Furgiari” e di conseguenza di Mastro Gioacchino (jachino) , che seguì le orme del padre Antonino nell’arte fabbrile.  

Senza abbandonare la ricerca, nel mentre ho standardizzato le forme personali proprie di ogni coltellinaio e continuato a produrre (foto n° 5),

il pirainito

fin quando venni contattato da un collezionista che mi chiedeva notizie in merito al Pirainito, in quanto aveva trovato un pezzo in America, e dopo una serie di raffronti e confronti di molti particolari, siamo giunti alla conclusione che fosse un pezzo originale fabbricato da Antonino padre di Mastru Jachinu (Foto 6-7).

il pirainito
il pirainito

E’ doverorso a questo punto ringraziare Giuseppe P. che ha acquistato e riportato in Italia il Pirainito che fa ora parte della sua collezione.

Ultima scoperta ho saputo che alcuni esemplari  erano prodotti in forme leggermente più panciute in quanto richieste  dai” Sanaturi” cioè quelle persone che castravano i maiali di cui ho recuperato ciò che è rimasto (foto n.8).

Il pirainito

Ulteriori informazioni sul coltello

Dopo la lunga ricerca sopra descritta, piccole note raccolte durante il tragitto.

Il Pirainito era particolarmente apprezzato da tutti per i sottoelencati motivi:

  • la leggerezza (pesa sempre meno di 50 grammi) 
  • la semplicità di funzionamento (una semplice frizione) 
  • le eccellenti doti di taglio (dovute oltre all’affilatura, anche  alla geometria della lama)

Proprio per questi particolari, era apprezzato da tutti che quotidianamente lo usavano per gli usi domestici , in agricoltura, nella pastorizia e nella pesca .

Si usava dire si “perde in tasca” in quanto data la sua leggerezza non lo sentivi addosso a tal punto da non ricordare in che tasca lo avessi riposto.

Le donne lo tenevano nella tasca anteriore del grembiule ed era un fedele compagno per la pulitura delle verdure , oltre che durante tutti i lavori di cucina, sia per la pulizia del pesce, che per la macellazione del piccolo bestiame da cortile (polli, conigli ecc), all’epoca non si andava in macelleria a prenderli.

Altro piccolo aneddoto legato alle donne, nell’immediato dopoguerra veniva usato come una sorta di difesa e se lo nascondevano tra i capelli “nel tuppo” (lo chignon). (vedi il video dimostrativo) 

I materiali del Pirainito

Definito dal costruttore stesso Mastru Jachino (Mastro Gioacchino), e un pò da tutti “figlio del fuoco e della maestria”, il Pirainito era tradizionalmente costruito forgiando acciaio carbonioso spesso riciclato, (non esisteva l’inox) e manicato con legni locali quali limone, nespolo, faggio, erica, arancia, pero ecc, mentre i più esigenti lo richiedevano con l’impugnatura in corno, che veniva ricavata dal pieno delle punte oppure mediante doppiatura, sia di bovino che caprone o montone.

Attualmente l’unico artigiano a mantenere viva la tradizione a Piraino è Pietro Ricciardo, che ringraziamo per l’articolo, e di cui vi invitiamo a visitare la pagina Facebook.

Per visionare gli altri articoli dedicati ai coltelli regionali italiani, clicca qui.

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filuscine

La Filiscjna: il temperino maniaghese

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Filuscine con numero di lame differente
Filuscine

Di origine friulana, a due o più lame, ma sempre di misura molto ridotta, la Filiscjna o Filuscina, è uno dei pochi coltelli autoctoni e tradizionali di Maniago. 

Può sembrare un controsenso in una zona che è stata per lungo tempo, ed è tuttora, il maggiore centro di produzione di coltelli in Italia. 

In realtà ciò è dovuto proprio a questa particolarità.

Fin dall’ottocento, infatti, la produzione è sempre stata orientata al confronto e all’integrazione di ogni novità di forme e innovazioni, in scala europea prima, e mondiale poi.

Ciò ha portato alla realizzazione di una molteplice quantità di modelli che seppur validi per qualità e prezzo, venivano poi abbandonati al mutare delle mode, e delle richieste del mercato.

Le origini del nome Filiscjn

Il mistero del nome è stato svelato ai più, dal compianto Luciano Salvatici, che riuscì a mettersi in contatto con una discendente del costruttore. 

Il nome “Filiscjn” deriva dal soprannome del ramo della famiglia del bisnonno Giovanni Del Tin il quale costruì le prime attorno al 1927 fino a pochi anni prima della guerra. 

Purtroppo l’unico figlio maschio non ripercorse le orme paterne, decretando così la fine della tradizione coltellinaia “Del Tin”.

I suoi coltellini, dal design molto particolare, erano però costosi per via degli inserti di madreperla.

Pertanto vennero alternati alla più economica alpacca per riequilibrare i costi.

La lunghezza di questi temperini, variabile tra gli 11 e i 12 cm in apertura, permise loro di sfuggire dalle severe limitazioni introdotte nel 1908 dalla Legge Giolitti

Quest’ultima danneggiò seriamente chi ne produceva di dimensioni maggiori ed i centri come Scarperia, specializzati in coltelli a serramanico.

C’è da aggiungere però che da ulteriori riscontri le filiscine sono
certamente precedenti a quanto ipotizzato dal Salvatici.

Infatti, come accertato nell’articolo di Francesco De Feo per l’edizione
Hachette Seconda serie n. 47 del Giugno 2015, sono state ritrovate
già inventariate nei cataloghi illustrati della Premiata Industria
Fabbrile di Maniago del 1896.

Nel catalogo della ditta Collini datato 1900 presente al museo etnografico comunale di Premana (Lc) e per ultimo a pagina 1254 del testo “La coutellerie depuis l’origine jusqu’ànos jours” (Chatellerault,1896-1906), in una tavola presentata come collezione personale dell’autore, Camille Pagé.

Le caratteristiche della Filiscjna

La lama principale misura ca. 5 cm, ha il filo dritto e terminava con una punta acuta.

Sul lato dell’ unghiatura, l’arrotatura non raggiungeva tutta la superficie ma lasciava una parte piana, su cui in alcuni casi veniva impresso il centro di produzione “MANIAGO” e più raramente il cognome dell’artigiano. 

filuscina con punzone coltellerie riunite Maniago

C’è da aggiungere, inoltre, che a Scarperia si dispone di due fogli (denominati semplicemente tavola 22 e tavola 23) in cui sono rappresentate a mano e non stampate, figure di coltelli.

Vista la denominazione delle due tavole, si può supporre che dovessero essere parte di un catalogo o comunque di una serie più ampia.

All’interno vi sono raffigurati due temperini descritti “ad uso Maniago” identici per forme e materiali.

Purtroppo non viene riportata alcuna data, ma da memorie si possono ricondurre ai primi decenni del ‘900, e quindi si tratterebbe della “Società Cooperativa per la fabbricazione dei Ferri Taglienti in Scarperia“.

Per l’ampio repertorio nei cataloghi della ditta “Milani” e vari altri, la denominazione “temperini di Maniago” rende più che probabile l’importazione da tale centro e quindi la rivendita senza marchio.

La tipologia più diffusa ha due lame di diversa lunghezza montate sul medesimo perno, ma esistono anche “filiscjne” con un maggior numero di lame o accessori, pur mantenendo struttura e dimensioni invariate. 

In tal caso veniva utilizzato anche il perno posteriore.

Spesso si trattava di forbicine e una piccola lama curva dalla punta arrotondata particolarmente utile per aprire le casse delle “cipolle”, i vecchi orologi da taschino dell’epoca.

Tra le variazioni più facilmente distinguibili nei materiali, vi è la sostituzione, al posto delle placchette in madreperla, di strisce alternate di avorio e tartaruga.

In questo caso si riscontra anche una differenza nella forma delle stesse guance, poiché le placchette invece di essere sagomate sono piane con bordi smussati.

Il passaggio a modelli dalle forme e materiali sempre più varie, ha causato prima la marginalizzazione delle filuscine e poi la loro scomparsa.

Filuscina

L’iniziativa di Maniago: la valorizzazione della Filiscjina

L’assessorato alla cultura di Maniago ha promosso una sua riscoperta e valorizzazione attraverso un concorso, dedicato al mondo dei coltelli, assegnando un premio speciale per la migliore “filiscjna”realizzata.

Il premio è stato assegnato alla ditta Maserin, coltellerie in Maniago dal 1960.

Attualmente una delle poche ditte che ancora producono in maniera non artigianale la presente tipologia è la ditta CEM – acronimo del fondatore nel 1946 Cellini Espero – di Maniago.

FiluscinaCEM


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coltellino multiuso

Coltellini multiuso

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Quando si parla di un coltello multiuso di piccole dimensioni si utilizza spesso come sinonimo il generico termine “coltellino svizzero”.

La ragione di questo nome, non è legata al fatto che lo abbiano inventato gli svizzeri, quanto piuttosto sono coloro i quali hanno maggiormente contribuito alla sua diffusione e commercializzazione a livello globale.

Le caratteristiche del coltellino multiuso

Utensile di piccole dimensioni, di facile trasportabilitàadatto a molteplici usi, il coltellino multiuso è stata un’esigenza fin dall’antichità.

I ritrovamenti

Come dimostrato da due ritrovamenti, i primi esemplari pervenutici sono da far risalire al 200 d.C. e sarebbero di origine romana:

  • Il primo dei due ritrovamenti, risale al 1917, negli scavi effettuati in una tomba della necropoli dell’odierna Ventimiglia, e la scoperta si deve all’archeologo Pietro Barocelli.
Coltellino svizzero
Coltellino multiuso romano
  • Il secondo esemplare di coltellino multiuso, è stato invece rinvenuto alla fine del Novecento in un forte romano del Vallo di Adriano (in Latino: Vallum Hadriani, in Inglese: Hadrian’s Wall o Roman Wall)  in Gran Bretagna, ed è databile al 300 d. C. Questo è attualmente è esposto al Fitzwilliam Museum di Cambridge

Le caratteristiche dei due coltellini

Il primo coltellino multiuso romano è composto da una lama, un punteruolo, una spatola, un pestello, un cucchiaio e una forchetta.

Il secondo ritrovato è molto simile al primo, sia per quel che riguarda la forma che per le dimensioni, con l’unica differenza che la forchetta è posta sull’altra estremità del cucchiaio.

Ciò ci fa intendere che probabilmente esistesse una produzione di carattere seriale e di conseguenza, una sua diffusione in tutto l’Impero sopratutto fra i componenti delle legioni Romane.

La presenza della forchetta inoltre smentisce, in maniera definitiva, che i Romani mangiassero solo con le mani (sempre avuto il sospetto) o al massimo col cucchiaio, oltre che l’errata convinzione che questa si sia diffusa a partire dal Tardo Medioevo.

Il coltellino tascabile nel XVII secolo

Al XVII secolo risalgono, invece, le prime documentazioni riguardo la diffusione in Europa del più economico e tascabile coltello e delle roncole pieghevoli.

Al contrario dei coltelli a “lama fissa”, era infatti necessaria una minore quantità di metallo, e non necessitavano di guaina.

La molla dorsale nel coltellino tascabile e la diffusione fra le classi nobiliari

E’ però solo nel XVIII secolo che si diffonde l’uso della molla dorsale che consentiva una maggiore sicurezza e praticità d’uso.

Se in un primo momento la diffusione era esclusivamente di carattere agricolo o popolare, adesso, grazie alla maestria delle botteghe artigiane nell’esecuzione, all’ingegnosità delle soluzioni costruttive adottate nell’affiancare alla lama principale una serie di accessori, ai materiali preziosi impiegati, fu possibile una diffusione anche tra le classi più agiate e nobiliari.

Il coltellino multiuso nel XIX secolo


Nel XIX secolo la fabbricazione dei multiuso sopratutto in Germania e Gran Bretagna, si sviluppa con modelli estremamente vari, a volte con esemplari ricercati e un numero talmente elevato di accessori da renderne impossibile un uso pratico.

In questi casi si pensa che la complessità fosse legata a ragioni di vanto dell’esecutore.

E’ però finalmente al termine dell’ottocento che si ha una diffusione in qualsiasi ceto della popolazione.

Nella maggioranza dei casi si trattava di modesti coltelli multiuso di 5 o sei lame adatti alla vita all’aria aperta, e alle più varie pratiche sportive e venatorie.

Il coltellino multiuso nelle grandi esplorazioni e l’esemplare di Maniago

E’ proprio in questo periodo, con l’epopea delle grandi esplorazioni nelle parti più recondite del nostro pianeta, che si assiste alla creazione di un nuovo esemplare di coltellino multiuso.

Nel 1899, venne finanziata una spedizione Italiana al Polo Nord, capitanata dall’allora ventiseienne Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoiaduca degli Abruzzi e da Umberto Cagni, comandante in seconda.

In occasione di questa spedizione, venne progettato e realizzato a Maniago (paesino Friulano con una lunga tradizione dell’arte fabbrile) , un coltello multiuso con sole quattro lame.

Maniago era nota già a partire  dall’età medievale, dal momento che lì venivano forgiate lame e coltelli per rifornire le truppe della Serenissima.

L’ alta qualità dei materiali utilizzati e la sua robustezza renderà al produttore la medaglia d’argento all‘Esposizione universale di Parigi del 1900.

Il coltellino multiuso di tradizione maniaghese: il coltello “Duca degli Abruzzi”

Da allora in avanti il coltello multiuso sarebbe divenuto una tipologia abituale della produzione maniaghese, nota col nome coltello “Duca degli Abruzzi”, questa volta con misure ridotte (tra i 7 e 10 cm da chiuso).

Questo comprendeva:

  • 2 lame di diversa lunghezza;
  • un apriscatole;
  • un cacciavite con apribottiglie;
  • un punteruolo;
  • un cavatappi.

Dato il suo enorme successo, il modello fu ripreso dagli altri centri di produzione Italiani.

Una produzione particolarmente importante si avrà a Scarperia (in Toscana), dove verrà aumentato il numero di strumenti, ma verrà conservato il nome, l’aspetto e soprattutto il concetto.

coltellino multiuso Scarperia
Coltellino multiuso di Scarperia

L’immagine è stata tratta da alcune tavole senza riferimenti cronologici, ma probabilmente del primo decennio del XX secolo che raffigurano i prodotti della ditta Raffaelle Milani.

Le tavole sono state pubblicate, insieme ad altra documentazione, nell’opera di Luciano Salvatici “i coltelli di Scarperia”, a cura del centro di ricerca e documentazione sull’artigianato dei ferri taglienti.

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coltellino pubblicitario

Il coltellino pubblicitario

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Tascabile per eccellenza, tradizionalmente poco costoso, il coltellino pubblicitario è un esemplare pieghevole, spesso un semplice temperino a due lame. Questo coltello ha ispirato sin dal suo apparire i pubblicitari di tutta Europa.

Nello specifico il periodo in cui furono maggiormente in voga fu tra le due guerre trascinandosi poi fino alla fine degli anni 60.

In Francia furono prodotti  in acciaio o acciaio e celluloide nella città di Thiers.

In Svizzera è tutt’oggi apprezzata la serie di Victorinox Pubblicitari.

La funzione del coltellino pubblicitario

Progettati in milioni di esemplari hanno reclamizzato prodotti di ogni settore, da prestigiose marche di liquori (liqueur Bénédectine, Cognac (Cognac Bisquit),  Champagne come Cordon Rouge (un cuveé della Mumm), Moet & Chandon, Charles Heidsieck, Mercier e case di vini Champenois.

Per assolvere queste funzioni la maggior parte delle volte erano dotati di cavatappi per i vini o di una lama ricurva atta a svolgere le operazioni precedenti all’estrazione del tappo.

Ciò non esclude la minore diffusione anche per compagnie e settori differenti come ad esempio la Cycles Peugeot. 

I materiali economici

La diffusione di un materiale economico come la plastica negli anni cinquanta ha permesso il ricorso della marchiatura a caldo a prezzi molto più contenuti rispetto a prima e quindi l’immediata diffusione anche tra le aziende medio-piccole (il cui budget era inevitabilmente minore).

Purtroppo sono anche numerose le scadenti imitazioni made in China.

In Germania invece fin dalla fine dell’ottocento riscosse un grande successo la tecnica dell’imbutitura. La produzione tedesca di argentana imbutita è stata sicuramente la migliore.

Il mio esemplare di coltellino pubblicitario

 Ecco qui un temperino della mia collezione che pubblicizza la rivista quindicinale di elettrotecnica Romana “l’elettricista”. Lama punzonata “Herm.Bierhoff Ohligs – Solingen”

Il coltellino pubblicitario delle squadre di calcio

In Italia negli anni 60 hanno avuto particolarmente successo la serie di coltellini tascabili che pubblicizzavano squadre di calcio come il Milan, l’Inter o la Juventus.

Date le ridotte dimensioni e con lo stemma della squadra del cuore venivano apprezzati come utili e simpatici portachiavi.

Nelle foto seguenti puoi osservare alcuni esemplari di questo genere di coltello.

Nell’ordine:

  • Coltellino della Juventus con catenella
  • Coltellino dell’Inter
  • Coltellino pubblicitario della Juventus
  • Coltellino del Milan

Il coltellino pubblicitario del Vermouth Ferrero

Un altro coltellino pubblicitario piuttosto interessante, è quello prodotto dalla Paul A. Henckels a Solingen per il Vermouth torinese Ferrero dei F.lli Ferrero Di Riccardo.

Coltellino pubblicitario Ferrero
Coltellino pubblicitario Ferrero

Si ritiene che la datazione sia da attribuire agli anni ’20, anche se più verosimilmente, si colloca negli anni ’40.

Le versioni dei regimi dittatoriali

Anche i due regimi dittatoriali Europei dell’epoca non potevano rimanere immuni al fascino e alla moda dei coltellini pubblicitari trasformandoli in strumento di propaganda.


Questo temperino sui generis, in alpacca imbutita fa’ parte di un piccolo lotto realizzato per commemorare la Marcia su Roma.

Punzonato Scarperia, fu prodotto probabilmente dalla ditta F.lli Tonerini nel 1932 per celebrare il decennale della Marcia su Roma e della Rivoluzione Fascista.

Regime nazista


Come purtroppo sovente accade, per “articoli” del genere sono state realizzate anche copie moderne, le quali a seconda della loro fattura possono trarre in inganno acquirenti più o meno esperti. Difficilmente però questi presenteranno marchi sulle lame o punzoni sul ricasso della lama.

Vuoi vedere più immagini relative ai coltellini pubblicitari?

Visita la nostra Gallery

Se invece avessi voglia di leggere altri articoli sui coltelli antichi, dai un’occhiata qui

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gobbo abruzzese

Il Gobbo Abruzzese

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Il Gobbo Abruzzese è un’antica tipologia di coltello da lavoro, La sua linea è inconfondibile e nota già dalla fine del 1700.

Il Gobbo: coltello pastorale

Ampiamente diffuso in ambito rurale e pastorale e leggendariamente in voga tra i briganti, il Gobbo Abruzzese è un coltello da tasca chiudibile a molla semplice di indiscutibile fascino.

Le località del Gobbo

Deriva da un coltello tipico di Loreto Aprutino (PE).
Il fedele coltello da lavoro e pasto del pastore Abruzzese era di largo uso nelle sue varianti fin dalla prima metà dell’ ottocento oltre che in Abruzzo anche nell’odierno Molise e basso Lazio. Era inoltre presente per imitazione a Scarperia (Toscana). 

Non si esclude tuttavia che gli artigiani Abruzzesi ne avessero prodotta una linea tipica già a partire dalla seconda metà del ‘700, prendendo ispirazione dalla forma dei coltelli diffusi nello Stato della Chiesa rivisitandoli e adattandoli alle esigenze contingenti.

Anche in antiche cronache Romane si parla di questo coltello dalla caratteristica forma come il coltello dei briganti. 

Il nome del “Gobbo Abruzzese”

Il gobbo abruzzese

La denominazione popolare di “gobbo” è dovuta al caratteristico manico in corno vaccino che dritto nel primo tratto, si incurva poi marcatamente nella metà inferiore.
La lama salvo varianti tipiche delle zone, è dritta a foglia di canna, stretta ed appuntita.

Gli artigiani e le famiglie produttrici


Le ultime famiglie di artigiani di cui è rimasta memoria sono :

  • Emidio Spinogatti, morto nel 2002 all’età di 90 anni;
IL gobbo abruzzese Spinogatti
Gobbi di Emidio Spinogatti. Da notare le tipiche unghiature sulla lama.
  • Antonio Rossi 
punzone Antonio Rossi
AR Antonio Rossi
  • Ferrari
  • Di Prinzio
  • De Lellis
  • Liberatore
  • Lucantoni
Gobbo abruzzese

Fonti ulteriori sul Gobbo Abruzzese

Per saperne di più sul gobbo abruzzese e sulla storia affascinante dell’Abruzzo del tempo, ti consiglio di dare un’occhiata al sito dell’archeologo e artigiano Lorenzo Pasquini.


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