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Coltelli da pescatore

Il Coltello da pescatore e la famiglia Lucantoni

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Al contrario da quello che lascia intendere il nome, il “Coltello da Pescatore” o “Coltello Anconetano” nasce lontano sia dal mare che da Ancona. 

Le sue origini si intrecciano principalmente con quelle della famiglia Lucantoni, più di 350 anni fa.

Questa famiglia era originaria dell’odierno Reatino che all’epoca ricadeva nei confini, seppur molto labili, dello Stato Pontificio, insieme ad Ancona.

Ceppo di confine tra lo Stato Pontificio e il regno di Napoli
Ceppo di confine tra lo Stato Pontificio e il regno di Napoli

Di conseguenza le loro lavorazioni non potevano che essere fortemente influenzate dal territorio.

Lo stesso nel quale era diffuso una particolare e famosa tipologia di coltello detto “alla romana”.

Era molto diffuso, tanto nelle campagne, quanto nelle città, nelle quali era noto con il semplice appellativo di “coltello romano”, soprattutto per l’uso delittuoso che ne facevano i facinorosi abitanti dei rioni della Roma Papalina, ottenebrati dall’animosa e arrogante spavalderia delle classi subalterne, o da un bicchiere di troppo bevuto all’osteria, o magari da entrambe.

I Lucantoni si trasferirono successivamente nel paese di Controguerra in Abruzzo, oggi parte della provincia del teramano e al tempo del Regno di Napoli.

Il paese sorge appena fuori dai confini dello Stato della Chiesa, quasi sulle sponde del fiume Tronto, facente funzione di confine naturale.

E’ dunque più che probabile che avessero mantenuto i contatti con il loro paese di origine e che la loro clientela fosse rappresentata in larga maggioranza oltre che dai contadini delle campagne Teramane (come dimostra la produzione di roncole) da uomini di mare a sud e a nord della costa, abruzzesi e marchigiani, o meglio del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio. 

Ancora oggi il Tronto rappresenta il confine tra le regioni Abruzzo e Marche. Gli abitanti delle due sponde opposte sono ancora chiamati, in maniera scherzosa, “regnicoli” e “papalini”.

Divisione dell’Italia preunitaria
Il Tronto segna il confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli

Per ovviare alla problematica rappresentata dai dazi di dogana, è verosimile che si sia lasciato credere che la produzione fosse interna alla città portuale di Ancona, da cui deriverebbe il nome “Anconetano”,

Qui erano venduti ai marinai ed ai pescatori che solcavano l’Adriatico nei tipici pescherecci denominati bragozzi e ai mercantili chiamati trabaccoli, ancora oggi visibili nel Museo della marineria di Cesenatico.

Bragozzo e Trabaccolo

Il loro corrispondente per la pesca statica dalle scogliere su palafitte sono i celeberrimi “trabucchi” o “trabocchi”. La costa dei trabocchi si estende per ca. 40 km tra Ortona e Vasto,

Col tempo la loro produzione venne necessariamente influenzata dal nuovo territorio.

Nei paesi più interni di Loreto Aprutino e di Guardiagrele, veniva forgiato già da almeno la fine del settecento un coltello dedicato ad uso pastorale e chiamato “Gobbo” per via della caratteristica curvatura che prendeva il manico formando una sorta di gobba.

La lama invece presentava un piano di taglio più evidente rispetto a quello dei coltelli “alla romana”.

Il coltello che ne nacque univa i migliori aspetti delle due tipologie.

Del coltello “alla romana” conservava la tipica molla esterna dorsale non incassata a differenza del suo “fratello” rurale.

La molla era costituita da una placca rettangolare adattata al dorso del manico rigorosamente in corno bovino e fissata con una sola vite, in modo da essere facilmente asportabile durante le operazioni di pulizia, assai frequenti a causa dell’esposizione all’umidità ed alla salsedine. 

Anche nella parte terminale del manico era sagomato, come in molti coltelli alla romana, con una figura zoomorfa. Successivamente nella seconda metà dell’ottocento, venne sagomata al suo posto, una tacca sul dorso che permetteva al coltello in posizione chiusa di agganciare i fili delle reti per tirarle e quindi riammagliarle. 

Coltelli da pescatore

Vennero inoltre adottate soluzioni innovative ma efficaci atte a non incorrere ai rigori delle restrizioni di legge per evitare che potesse trasformarsi in un’arma. Soprattutto in mano ai marinai, famigerati nelle locande di tutti i porti. 

Le dimensioni vennero ridotte riuscendo a mantenere la punta, innegabilmente utile per molti lavori, e il largo piano di taglio tipico del gobbo.

Il malvisto sistema di blocco della lama tipico dei coltelli romani, venne modificato. 

Il tallone sporgente della lama venne forzato ad insaccarsi in una tacca praticata sulla testa della molla in modo da renderla ugualmente stabile all’uso in posizione aperta.

Tutto ciò ne decretò l’indiscutibile successo presso i lavoratori.

Odorico Lucantoni detto “Rico De P’Chiorr” (trad. Rico il chiacchierone) classe 1910 ha rappresentato l’ultimo artigiano della famiglia. Odorico infatti non aveva figli maschi e dopo la sua dipartita, alla veneranda età di 94 anni nel 2004, le figlie non hanno voluto continuare la storica tradizione familiare.

Lo studioso di coltelli tradizionali G. Pannitto ha avuto l’opportunità questa estate (2019) di incontrare la figlia di Odorico Lucantoni, l’ elegante Sig.ra Maria Teresa, la quale ha concesso la straordinaria opportunità di riapririre la storica bottega del padre a Controguerra.

Giuseppe Pannitto e Maria Teresa Lucantoni
Maria Teresa di fronte alla bottega appena riaperta

Nelle righe seguenti intendiamo evidenziare le qualità umane di un artigiano amato da tutto il paese visto che le sue capacità tecniche sono ampiamente state descritte in altri articoli.

Sin dall’inizio della ricerca sul campo tutti gli abitanti del paese si sono resi disponibili a dare informazioni utili per rintracciare sia la Signora Maria Teresa che per delineare la figura di Odorico. Tra tutti un particolare contributo lo hanno dato Marco del Bar locale , Giuseppe  amico di Odorico e Gabriele detto Prisco, il sig. Gino.

La figura che è emersa dai loro racconti e quella di Odorico un uomo di grande tenacia: iniziava a lavorare alle 6 del mattino e finiva alle 10 di sera, ore durante le quali  tirava il carbone per la forgia , stazionava e scaldava i corni , forgiava e finiva sulla mola i famosi coltelli da pescatore ma anche coltelli (set completi) da cucina e coltelli da caccia.

Durante le varie chiacchiere con i paesani che descrivevano la bottega di Odorico come un punto di ritrovo per tutta la gente del paese che si sedeva sulla soglia per fare conversazione ed ammirare il coltellinaio mentre era all’opera, in molti spontaneamente hanno mostrato quello che il locale coltellinaio aveva prodotto per loro ; capolavori tra i quali coltelli da pescatore a molla fissa da ben 30 cm sino ad ora sconosciuti e gobbi nella miglior tradizione abruzzese. 

Coltelli da pescatore e gobbo abruzzese

Due coltelli da pescatore con le tipiche tacche inframezzati da un gobbo sempre di produzione Lucantoni

La Signora Maria Teresa si è prodigata per consentire la riapertura della bottega del padre  chiusa da alcuni decenni e non appena si è riusciti a far rimuovere il pesante portone di ferro ecco che appare una sorta di museo:

Giuseppe Pannitto
Interno bottega e incudine storica con Giuseppe Pannitto

pochi metri quadrati interrati in centro al paese dove abbiamo ritrovato arnesi ed effetti personali impolverati così come erano stati lasciati dopo la scomparsa di Odorico (foto successiva):

  • forgia;
  • incudine;
  • martelli;
  • pinze;
  • corni;
  • ma anche occhiali bottiglie e scatole di legno che hanno spiegato come tenevano i coltelli pronti per la vendita.
Forgia
Il banco da lavoro
Banco Lucantoni
Sopra banco da lavoro

Si notino gli occhiali da vista. Odorico L. verso gli ultimi anni aveva problemi di vista che, si racconta, lo obbligavano a contare – per orizzontarsi – gli scalini delle ripide strade di Controguerra quando si recava a lavoro.

Incudine Lucantoni
Incudine e bottega coi muri anneriti da fumo e residui di lavorazione. Le cappe di aspirazioni e i vari aspetti normativi erano ancora lungi dal venire…
Scatola di Vincenzo Lucantoni
La scatola che conteneva i coltelli finiti che venivano presentati all’interno della bottega per la vendita. Incisa col nome del fratello Vincenzo Lucantoni. Anche Vincenzo produceva in bottega coltelli con piccole differenze note agli “addetti ai lavori”.

Inevitabile l’emozione della Signora Maria Teresa anche perché dopo qualche minuto dalla riapertura della bottega i paesani sono accorsi per raccontare aneddoti e mostrare manufatti.

Coltelli di Lucantoni
Alcune opere mostrate in loco

È stata un’esperienza incredibile a ricordo di un artigiano  le cui opere sono diventate oggetti da collezione sia in Italia che all’estero e che soprattutto è  ancora ricordato per la sua simpatia , cordialità , bravura ma soprattutto ricordato come una brava persona semplice che ha lavorato tutta la vita per il bene della famiglia.

La famiglia Lucantoni originaria della zona del Reatino si è trasferita a Controguerra alla fine dell 800, il nonno Giuseppe già produceva oggetti in ferro per l’agricoltura, il padre Pasquale già  produceva coltelli, Odorico ” P’ chiorr” ha avuto però il tempo di tramandare le sue conoscenze in bottega all’ormai noto maestro coltellinaio Nino Nista, originario di Frosolone, avendolo avuto come allievo per 7/8 anni.

La tradizione dei coltelli abruzzesi tra gli altri è  portata avanti dall’abile artigiano Lorenzo Pasquini specializzato nella produzione dei coltelli detti gobbi.

Grazie ad ulteriori ricerche da parte di G. Pannitto si è potuto inoltre confermare una produzione della stessa tipologia di coltelli coeva a quella di Odorico Lucantoni.

L’artefice, etimologia del termine centratissima: dal lat. “fatto ad arte”, fu Nazzareno Colletta detto “Ze”.

Nativo di Nereto, sempre in provincia di Teramo e a soli 6 km da Controguerra.

Nazzareno iniziò qui la sua professione nei primi del ventesimo secolo, per poi trasferirsi e continuare la sua attività, fino agli inizi degli anni settanta presso San Benedetto del Tronto (AP).

La destinazione clientelare non poteva che essere la stessa comunità marinara della costiera Marchigiana a nord e Abruzzese a sud del fiume Tronto, per i quali questo tipico  “coltellino” era considerato quasi un oggetto di “buon auspicio”. 

Ancora oggi come i pastori delle montagne controllano prima di lasciare il loro ricovero se hanno con loro il coltello “cugino” gobbo, i marinai prima di imbarcarsi controllano sempre di avere l’equivalente costiero in tasca. 

Per quanto riguarda la produzione del “Colletta” sembra che la funzione di portafortuna fosse addirittura più accentuata.

Questi esemplari presentavano infatti lavorazioni più ricche. Nel manico venivano inseriti disposti in intricati percorsi numerosi chiodini di ottone. La funzione era di attirare gli spiriti maligni che nel tentativo di contarli si confondevano fallendo i loro scopi malvagi. 

magari insieme ad altri simboli apotropaici richiesti dal committente.

Scaramanzie simili se ne riscontrano tante soprattutto nelle aree centrali della penisola.

A Roma ad esempio, la festa di San Giovanni celebrata il 24 Giugno era considerata un’occasione particolarmente “magica”. Nella credenza popolare le streghe avrebbero sorvolato Roma, passando sopra alla Basilica di San Giovanni, per recarsi all’annuale sabba che si teneva presso il noce di Benevento. 

Il popolo Romano si dava appuntamento vicino alla basilica . Prima di uscire però metteva in atto alcune scaramanzie in modo che l’abitazione, durante la loro assenza, fosse protetta. Tra queste c’era la consuetudine di versare un pò di sale sulla soglia, di incrociare le scope e di recitare alcune giaculatorie, nella convinzione che le streghe, enormemente curiose, non avrebbero resistito a contare i fili della scopa o i chicchi di sale prima di entrare in casa fallendo quindi il loro scopo.

Diversi coltelli prodotti dal Colletta sono stati anche esportati negli Stati Uniti come souvenir. Sulla lama recavano infatti il nome della località (ad es. S. Benedetto del tronto) o la semplice dicitura “ricordo”. 

Coltello da pescatore

 Le donne solevano regalarli ai loro uomini come pegno d’amore (Ricordo d’amore, Ti dono il cuore mio…).

Coltello anconetano

Alcuni di questi coltelli hanno un accorgimento particolare. La lama in posizione di chiusura sporgeva quel tanto che basta dal manico per non dare fastidio e per essere aperta senza l’uso delle mani, puntandolo e facendo leva sui pantaloni o su un elemento in legno della barca.

C’è da spendere ancora due parole per un ultimo artigiano di Acquasanta Terme (AP).

Detto “Ciarulla”, non aveva appreso il mestiere dalla famiglia Lucantoni e di lui si conosce ancora molto poco se non che punzonava con una piccola incisione a forma di C. e che la sua produzione di cui si conoscono “pescatori” e “mozzette” fosse alquanto limitata rispetto ai colleghi. C’è da dire però che questi ultimi avevano una produzione forsennata e altissima per i mezzi a loro disposizione.

In seguito alla morte del Colletta e durante gli ultimi anni della produzione del Lucantoni si affiancarono i cosìdetti coltelli da pescatore “pubblicitari”. Inizialmente le reterie avevano adottato l’usanza di regalarli con la reclame sulla lama ai loro clienti.

Il manico poteva essere in corno quando la produzione era ancora artigianale ma spesso, soprattutto quando si trattava di grandi quantitativi, anche in materiale plastico di minor pregio e prodotti industrialmente a Scarperia quanto a Maniago.

Retificio Perotti Giacomo

“Ne abbiamo visto spessissimo con i nostri occhi numerose versioni industriali con manico in plastica perfino tra le mani dei vecchi pescatori napoletani impegnati a rammagliare le reti da pesca la sera, sulla banchina, al ritorno dalla battuta di pesca”

(Francesco de Feo, Hachette, Coltelli d’autore, n.23).

Una delle ultime scoperte al riguardo è stata fatta dall’artigiano e studioso Lorenzo Pasquini il quale, su suggerimento di un suo amico, disassemblando dei coltelli “pescatori” pubblicitari fabbricati a Controguerra (TE); hanno notato, sul lato interno delle molle, oltre i segni della forgiatura, anche alcune sequenze di numeri romani, incisi per facilitare l’accostamento dei vari pezzi.

Due coltelli da pescatore
quattro coltelli anconetani
Molle del pescatore
Molle del pescatore

Questi coltellini venivano prodotti artigianalmente in una rudimentale linea seriale, su commissione di varie ditte relazionate con l’attività portuale della costiera adriatica centrale, retifici, fabbriche di cavi in acciaio e varie altre.

Stupisce la velocità e la quantità di produzione, considerando i poveri mezzi di cui gli artigiani disponevano.

Lorenzo Pasquini
Lorenzo Pasquini al lavoro



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