UN COLPO MANCINO – una storia sui coltelli

UN COLPO MANCINO – una storia sui coltelli

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Una volta scrissi questo racconto sui coltelli e lo mandai al concorso LAMA E TRAMA a Maniago.

Si parla di un coltello a scatto costruito per i mancini, coloro che usano la mano sinistra.

Chissà se esiste.

Chissà se da un’invenzione narrativa non si possa creare un qualcosa di reale.

Ci sono delle storie che nascono come racconti fantastici o inventati, ma che sembrano così veritiere da farle apparire quasi reali.

D’altronde a volte è difficile distinguere tra realtà e pura fantasia.

Quella che vi racconto è una storia che, proprio per i fatti storici da cui trae ispirazione, seppure non autentica è certamente verosimile.

Siamo nel 1908 a Frosolone, un piccolo paese dell’alto Molise.

In quell’anno, in aggiunta alle già rovinose leggi sulla produzione e sul porto d’armi, fortemente limitative, fu emanata dal governo Giolitti un’ulteriore normativa che proibiva sia la fabbricazione dei coltelli “a punta”, sia la vendita di quelli con lama di lunghezza superiore a quattro centimetri: ebbe così inizio un periodo di crisi per l’intero artigianato delle forbici e dei coltelli molisano.

A Campobasso, città capoluogo, scomparve quasi del tutto l’arte dell’acciaio traforato: rimasero solo pochi ostinati e caparbi artigiani.

E conseguenze ben più gravi si ebbero a Frosolone, la cui economia molto dipendeva dall’attività di lavorazione dei ferri taglienti e che vedeva in quel periodo in attività circa 500 piccole botteghe dove lavoravano centinaia di addetti, tra piccoli artigiani e aiutanti, assicurando di che vivere a buona parte dei circa seimila abitanti del borgo.

Fu così che un’intera categoria di lavoratori, del tutto sprovvista di capitali propri, venne a trovarsi alla mercé di alcuni speculatori, i quali, settimana per settimana e di bottega in bottega, acquistavano direttamente la produzione per poi rivenderla, con ben lauti guadagni, ai commercianti delle grandi città.

La consapevolezza di questa traffico, determinò nel piccolo comune altomolisano un periodo di tensioni contrattuali tra gli intermediari commerciali da una parte, e la categoria degli artigiani, dall’altra;

contrasti finalizzati a mitigare l’esoso sfruttamento operato dai primi a danno dei secondi.

E tali rivendicazioni furono così aspre da mettere i mediatori nelle condizioni di rivedere la loro strategia commerciale.

Infatti costoro, vedendosi sfuggire di mano il mercato ed il lucroso commercio, avviarono rapporti commerciali diretti con fabbricanti di coltelli tedeschi, ai quali consegnarono i modelli della produzione frosolonese, nota ed apprezzata, per farli replicare e quindi smerciarli ai loro clienti.

Le fabbriche tedesche, dal canto loro, non si lasciarono sfuggire l’occasione: furono in grado, grazie alle loro attrezzature più moderne, di produrre coltelli di ugual foggia a costi decisamente inferiori.

Ciò, ovviamente, ebbe ripercussioni funeste sulla produzione frosolonese, i cui artigiani si trovarono di fronte al doppio problema dello smercio, venuto meno per le mutate rotte commerciali, e del prezzo dei loro manufatti, eccessivo rispetto alla produzione germanica.

Fu vera crisi: i più furono costretti a cambiare mestiere e, date le generali, depresse condizioni economiche, si assisté a un nuovo tristissimo flusso migratorio.

La speranza di una vita migliore costrinse la maggioranza degli artigiani ad abbandonare la propria terra, per trapiantarsi chi oltralpe chi addirittura oltre oceano, ambasciatori però di un’arte finissima e ancora poco conosciuta nelle lontane Americhe.

Cosimo nel 1907 decise di trasferirsi con la propria famiglia in Germania, dove trovò subito lavoro in una fabbrica della Renania che produceva rasoi, lame da tavola, coltelli, lime, ecc… a Remscheid, una città di 100.000 abitanti a pochi chilometri da Solingen.

Peppino, il suo primogenito, che all’epoca aveva 12 anni, divenne l’aiutante dell’operaio addetto alla tempera delle lime, iniziando così a respirare giovanissimo non solo i vapori acri ed irritanti della lavorazione ma, più in generale, l’atmosfera della grande fabbrica dove, tra presse enormi, fucine, taglieri, mole e macchinari diversi, evidente era la contrapposizione tra la grande solidarietà che legava gli operai e la scarsa considerazione che padroni e dirigenti avevano della loro stessa manovalanza.

Ai suoi occhi, poi, appariva evidente il contrasto tra quell’ambiente di lavoro enorme e sofisticato e la piccola e scura bottega del padre dove ancora bambino si aggirava curioso tra i pochi strumenti e la scarsa attrezzatura, già di suo nonno coltellinaio, tanto logora ed annerita quanto efficiente ed efficace nelle mani esperte e capaci di suo padre.

Peppino, nonostante la giovane età, non sfuggiva come il padre e come tantissimi suoi compagni alle vessazioni del proprietario, dei suoi dirigenti e, per emulazione, del figlio di questi, un suo coetaneo di nome Erich.

Gli italiani erano i “makkaroni”, ovvero gente abituata a lavorare poco e male, poco avvezzi alla disciplina della fabbrica, a cui pertanto si potevano affidare solo i lavori più pesanti e pericolosi.

Coloro che dopo tanti anni si erano guadagnati un minimo di fiducia della dirigenza, accedendo per questo a mansioni più elevate, erano comunque controllati minuziosamente nel loro lavoro.

I coltelli da loro costruiti e rifiniti venivano esaminati dallo stesso proprietario che li sottoponeva pezzo per pezzo ad un meticoloso controllo: a distanza ravvicinata, quasi a sfiorare il mento, il suo sguardo attento ne valutava l’assemblaggio, la lucentezza; poi, se richiudibili, ne apprezzava il meccanismo e la calibrata resistenza alla loro apertura.

Se questi era poco soddisfatto, l’operaio era chiamato a rispondere personalmente dei difetti riscontrati.

Il minimo che potesse accadergli era un penoso declassamento a mansioni inferiori.

Cosimo fu messo a lavorare vicino a un forno elettrico in cui faceva ricuocere le lime e, all’occorrenza, prestava aiuto nelle mansioni più faticose.

Ma non ebbe mai a lamentarsi del carico di lavoro eccessivo, quanto invece delle precarie condizioni in cui si era costretti a lavorare.

E Peppino non pianse il giorno che Cosimo perse la vita folgorato da una scarica elettrica scaturita da un filo scoperto di un macchinario.

Non pianse perché si sentì all’improvviso drammaticamente adulto, sentì sprofondarsi sotto il peso delle sue nuove responsabilità e volle reagire, reprimendo le emozioni, da uomo adulto.

Non pianse ma raccolse una ad una tutte le lacrime versate da sua madre e dai suoi fratelli, facendole proprie e da quel momento iniziò a nutrire un profondo e muto rancore.

Molte volte aveva visto suo padre maltrattato e deriso, a volte schiaffeggiato, solo perché denunciava le precarie condizioni di sicurezza ed i pericoli cui erano esposti tutti i lavoratori nella fabbrica.

Quanto più era inascoltato, tanto più la sua protesta si faceva sonora e vibrante.

A suo figlio trasmise la stessa passione sindacale e, suo malgrado, un destino non certo migliore.

Cosimo aveva circa 28 anni quando la sua mano destra rimase sotto una pressa appositamente manomessa la sera precedente.

Si concludeva così il suo duello a distanza con Erich.

Un contrasto fondato sull’astio reciproco sbocciato con la morte del padre, accresciutosi nelle continue lotte sindacali con la proprietà ed alimentato per anni dalla prepotenza di Erich all’interno della fabbrica.

L’epilogo di quella rivalità fu il licenziamento per giusta causa di Peppino.

Il figlio del padrone aveva vinto: un invalido non poteva essere utile all’economia della fabbrica.

Peppino riprese allora umiliato e offeso la via dell’Italia, chiedendo al destino solamente di poter un giorno restituire il torto subito.

Si sistemò nella sua vecchia casa a Frosolone e cercò lentamente di ricostruirsi una vita.

All’inizio riuscì a riaprire la piccola bottega e iniziò a costruire, con l’unica mano che gli era rimasta, tanti bei temperini cui dava la forma di piccoli animali: pesci, uccelli, cani, gatti, ecc.

Qualche anno dopo prese moglie e avviò un discreto commercio di quei temperini con i convittori del locale Liceo-Ginnasio, di cui nel frattempo era diventato bidello.

Partecipò finanche a mostre nazionali alle quali inviava dei pezzi unici che in più di un’occasione gli valsero attestati di benemerenza e la qualifica di Maestro artigiano.

Del giovane Peppino, della sua storia di emigrazione, di lavoro precoce e di adolescenza negata, del dolore immenso ma volutamente represso per il lutto subito, non c’era più traccia apparente, neanche nei tratti del viso, coperti ora da una folta barba e comunque trasformati dal tempo.

Restava solo il moncherino a ricordargli ostinatamente, ogni nuovo giorno, quasi generando un reale dolore, la ferita che portava dentro: il suo desiderio di vendetta inappagato.

La II Guerra Mondiale fu un evento vissuto con una relativa tranquillità dall’intero paese, come fatto di per sé drammatico, ma distante.

Nel 1943 però le cose cambiarono; furono per primi i tedeschi, in ritirata dal sud Italia, incalzati dagli Alleati e in procinto di schierarsi a difesa della linea Gustav, a portare fisicamente la guerra tra le strade e i vicoli del paese.

Verso fine agosto, provenienti dalla costa adriatica, una colonna di soldati e automezzi tedeschi entrò nel paese.

L’atteggiamento delle truppe tedesche fu dapprima amichevole e conciliante; ma dopo l’8 settembre i rapporti divennero tesi e problematici.

Durante la loro sosta ci furono episodi di piccolo sabotaggio nei loro confronti a cui fecero seguito le relative rappresaglie.

Dominava insomma un clima di tensione e di paura.

Era la sera del 13 settembre del ’43 quando anche nella piccola bottega di Peppino entrò un drappello di soldati tedeschi i quali, senza curarsi di lui, iniziarono a mettere tutto sotto sopra: in quelle particolari officine razziavano quanto ritenevano essere di pregio ed interesse.

L’ufficiale al comando, che fino ad allora era rimasto sull’uscio – la zona più buia della bottega – si avvicinò verso la luce della fioca lampada che illuminava la macchina in funzione.

Ancora avvolto nella penombra, prelevò dalla tabacchiera di lucente e fine metallo una presa di tabacco che fiutò avidamente.

Aggiustandosi il suo monocolo d’oro, intimò a Peppino, dopo una breve pausa che sembrò non avere mai fine, e durante la quale il suo sguardo restò come incantato sulle mani dell’artigiano, di fermare la rumorosa mola in movimento.

Peppino, che fino ad allora era restato seduto nell’atto di arrotare un grosso coltello a scatto, ultima delle sue creazioni, spense la mola e, alzata la lampada, si levò in piedi.

Fu solo allora che riconobbe nell’ufficiale tedesco il suo coetaneo e vecchio datore di lavoro, Erich di Remscheid.

Il tedesco appariva ancora giovane, i suoi tratti erano lievemente appesantiti dal tempo e soltanto i baffetti affilati e il prezioso monocolo indicavano un’età non più giovanile.

Erich non ebbe però lo stesso acume: il tempo trascorso, ma soprattutto la corporatura appesantita, la barba folta e diffusamente incanutita, una fisionomia dimessa nei suoi tratti essenziali che faceva apparire l’uomo più vecchio di quanto non fosse, ingannarono l’ufficiale tedesco.

In verità Erich ebbe un solo brevissimo momento di perplessità: quando il suo sguardo colse fugacemente il braccio destro, monco della mano, del suo interlocutore; ma fu una situazione che il suo senno intransigente ricacciò indietro, classificandola rigidamente come circostanza improbabile.

Di operai monchi, concluse in un attimo, il mondo ne era pieno.

La morbosa curiosità del tedesco per l’oggetto metallico soffocò repentinamente ogni altra sua riflessione; prese in mano il coltello, ancora rozzamente rifinito ma già delineato nella sua precisa struttura, e chiese in un italiano stentato che gli si spiegasse il funzionamento.

Peppino allora, senza scomporsi e non tradendo emozioni, illustrò per lo più a gesti e nel dialetto locale la funzione di quel piccolo pulsante che premuto lasciò scattare una lama di una trentina di centimetri.

La lama vibrò con precisione e violenza, disegnando con la punta nell’aria un semicerchio diretto dal basso verso l’alto dell’impugnatura.

L’ufficiale sorpreso, fece un passo indietro, ma subito si ricompose intimando all’artigiano di finirlo perché sarebbe tornato a prenderlo il giorno dopo, prima di evacuare il paese come da ordini ricevuti.

Era quella un’occasione che Peppino valutò irripetibile: velocemente rievocò i soprusi e le umiliazioni che aveva subito; la macchina che aveva fulminato il povero padre; i volti in lacrime dei suoi familiari; e la sua mano, dilaniata sotto la pressa mal funzionante…

Rimase tutta la notte in bottega intento a congegnare ed assemblare il coltello.

Doveva costruirlo in una maniera decisamente insolita, quel coltello, sovvertendone le usuali logiche di funzionamento ma nello stesso tempo dargli un aspetto verosimile.

Non poteva permettersi di sbagliare; anche il minimo particolare poteva insospettire il tedesco che di coltelli comunque aveva una certa dimestichezza.

Ma quel coltello a scatto era una creazione inedita ed originale ed ecco perché l’ufficiale tedesco ne era rimasto particolarmente colpito.

Dai discorsi carpiti da Peppino era chiaro che il tedesco voleva portare con sé quell’esemplare per brevettarlo e produrlo in serie nella sua fabbrica.

Ancora una volta le fabbriche tedesche avrebbero potuto trarre profitto replicando un manufatto non loro, acquisirne addirittura il brevetto e smerciarlo impunemente.

Ma il coltello in questione era stato pensato, studiato e inventato da un artigiano frosolonese che era fortemente determinato ad evitare questo ulteriore sopruso.

A ciò si aggiungeva un piccolo dettaglio non trascurabile: il coltello sarebbe finito nelle mani del suo vecchio nemico…

La vendetta covava come brace mai spenta nella mente di Peppino.

Il giorno dopo il coltello era pronto.

Un coltello a scatto con un’apertura di lama pari a 33 cm.

La molla era tirata al massimo; lo scatto era pressoché perfetto, secco ed istantaneo.

L’accoppiamento e le proporzioni delle singole parti erano impeccabili, le simmetrie precise, la lucentezza del metallo uniforme e tirata a specchio.

Il manico, in particolare, impreziosito con l’impiego di un corno venato di marrone con striature di colore verde, oltre che essere di una bellezza unica, era sagomato parimenti da una parte e dall’altra in modo tale da camuffarne il giusto verso di apertura.

Neanche un occhio espertissimo avrebbe potuto immaginare la dinamica di funzionamento e l’intimo meccanismo che quel manufatto d’acciaio nascondeva.

Puntualmente, all’ora concordata, il tedesco si presentò nell’angusta bottega dell’artigiano accompagnato da una piccola scorta.

Peppino gli aveva confezionato il coltello in una piccola scatola di legno e vi aveva inserito un foglietto piegato con sopra una frase scritta in tedesco.

L’ufficiale sedette sulla piccola sedia, prese emozionato la scatola, l’aprì e senza leggere il biglietto prese il coltello tra le mani, girandosi istintivamente verso il chiarore che proveniva dall’ingresso.

Fu tanta la foga e la voglia di esaminarlo, di apprezzarne la pregevole fattura, il prezioso rivestimento, il preciso assemblaggio che, con un rituale collaudato ed usuale, lo posizionò controluce a mezz’aria, all’altezza del viso, a una decina di centimetri di distanza.

Premette quindi, impaziente, il piccolo pulsante che liberava la lama dal gioco del manico e… avvenne l’irreparabile.

Con uno scatto secco, violento e fulmineo la lama uscì dal manico ma, invece di scattare in avanti, descrivendo nell’aria quella traiettoria che tutti si aspettavano, uscì schizzando all’indietro, tagliente e sottile come un rasoio, silenziosa come bisturi che fende l’aria, quasi a cercare con cinica freddezza l’impatto con le carni morbide di colui che l’aveva affrancata dal blocco, e lacerando così in un istante, con i suoi residui venticinque centimetri di affilatissimo acciaio, la gola dell’ufficiale.

Quel tedesco, con la giugulare ormai irrimediabilmente recisa, con negli occhi la supplica di un aiuto e la stupita consapevolezza di una fine ormai prossima, farfugliando qualcosa si teneva la gola come se una mano estranea, una mano destra, svincolata dal corpo cui apparteneva e del tutto invisibile, lo avesse afferrato e lo stesse soffocando.

In quello stesso frangente iniziò un violento bombardamento da parte dell’esercito alleato che si apprestava così ad occupare il centro abitato.

Il resto del drappello tedesco, dopo pochi attimi di esitazione sul da farsi, corse fuori precipitosamente, sparpagliandosi disordinatamente per i vicoli del paese.

Nella bottega, Peppino seduto sul suo sgabello fece correre lo sguardo sul corpo di quell’ufficiale ormai esanime, riverso nel suo stesso sangue; guardò il suo moncherino che gli parve ora non essere più che una vecchia cicatrice indolore; con lacrime lente che scendevano da occhi ormai liberi di esprimere un remoto dolore e un’agognata liberazione, prese dalla custodia il foglietto sul quale, come per offrire l’ultima opportunità al rivale, aveva scritto: “Vorsicht! Dieses messer mit der linken hand benutzen” (Attenzione! Azionare questo coltello con la mano sinistra) e lo ripose con gesto calmo nel taschino della divisa dell’ufficiale.

Peppino, forse senza volerlo, aveva costruito il primo coltello a scatto destinato ai mancini… a cui, piccolo ma importante particolare, intenzionalmente si era premunito di fare il doppio filo alla lama.

Ringraziamo Silvio Prezioso per aver condiviso questa splendida storia.

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Passione Lame

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